16 aprile 2011 – Lia Luprè – editrice totem

Lia Luprè – editrice totem

Lia Luprè

Corsa ad ostacoli
romanzo epistolare

Editrice totem

Prefazione

In quale chiave va letto un romanzo?
Di solito stentiamo a liberarci dalla tentazione di rinchiudere autori e testi dentro schemi esemplificativi, che spesso risultano elusivi, specie quando ci lasciamo condizionare da pregiudiziali, precostituite teorie estetiche: e di teorie estetiche distorcenti e confuse ne sono esplose in questi ultimi quarant’anni.
Ricordo che intorno agli anni ’60-70 divampavano le polemiche sul romanzo di contenuti e sul romanzo di idee. C’era chi, come Solmi, riteneva che il romanzo dovesse esigere un riferimento a un tessuto connettivo, a un sistema di rapporti morali e sociali.
Solmi attribuiva alla carenza di quei rapporti la scarsa attitudine della “mens’’ italiana al romanzo e sosteneva la necessità di facilitare il contatto tra scrittori e lettori, mettendo questi ultimi nella condizione di interpretare la comunicazione anche in modo contrastante con la visione dell’autore e idealmente completare l’opera.
Esistono, di fatto tanti piccoli pubblici che conoscono il modo di decodificare il messaggio dell’autore: c’è il lettore occasionale e il destinatario scelto dall’autore, che con il lettore ha lo stesso codice, la stessa area di competenza.Oggi i sostenitori del nuovo romanzo sperimentale dichiarano che la letteratura della rappresentazione è finita e ad essa subentra la decontenutizzazione, il movimento di geroglifico astratto come se il movimento di pensiero fosse un movimento astratto, metafisico e non un evento storico anch’esso.
Alla luce di queste sofisticate teorie estetiche, nell’ambito delle quali ad ogni gesto, ad ogni moto del personaggio dovrebbe corrispondere un arzigogolamento dell’inconscio, la prosa di Lia Luprè, senza quegli avvolgimenti di filosofemi di cui è intrisa gran parte della prosa sperimentale, costruita con mezzi linguistici forbiti, oliati, scorrevoli come bulloni di un complicato, robotico ingranaggio meccanico, ha una sua tessitura vigorosa, un suo ritmo misurato, con accelerazioni opportune, un respiro armonico, anche se talvolta rotto da asmatiche convulsioni.
Convinto come sono, al pari di Anatole France e di Cioràn, che la critica è un controsenso e che ognuno legge per mettersi in condizione di “raconter les aventures de son àme’’ e capire se stesso prima di capire gli altri, mi limito a porre in luce i punti di forza delle vicenda narrata dall’autrice per coinvolgere sul piano della valutazione il lettore.
Il “romanzo’’ della Lupre è un concentrato di storie reali e surreali, una rassegna di amori infranti, di abbandoni struggenti, che nemmeno il fischio delle bombe durante la guerra riesce a interrompere, ma che a lunga scadenza lasceranno il segno, le cicatrici delle delusioni roventi.
Lilia – la protagonista del romanzo – da ogni incendio d’amore esce viva, rivitalizzata come una salamandra, sempre pronta a ritrovare l’equilibrio attraverso fughe e ritorni; ipotizza l’esistenza di un mondo astrale, dove s’illude di ritrovare realizzati i sogni infranti.
Altre chances, altre occasioni di ricerca di una propria identità, di un equilibrio emotivo, altri strumenti di risalita psicologica l’autrice li trova nell’esplorazione delle sue presunte personalità latenti, ma esplodibili e ravvisabili in una sorta di medianico ricambio tra personaggi reali e personaggi viventi nel subconscio o nella fantasia: Pevirè, popolana siriana andata sposa a ricco mercante, che da cenciaiola diventa regina; Phil, filatrice; Suaril, che mentre doma un cavallo incontra il guerriero Ugu, l’uomo della sua vita, e finirà poi uccisa per mano della sorella.
A questi sussulti dell’immaginazione fa riscontro una realtà altrettanto complessa e straordinaria, una vita intensamente vissuta come una vera e propria “corsa ad ostacoli”, nella quale Lilia s’impegna per stabilizzare la propria esistenza, rinvenire il lato bello, gratificante ed esaltante delle cose: sogna sistemi da giocare nei Casinò, acquista lavanderie, autotreni, case. La casa è il suo sogno dominante: “questa casa è mia come lo è la mia pelle, la mia carne, il mio corpo.Io l’ ho costruita sulla trama delle mie tante vite”.
Si sente l’eco del D’Annunzio di Notturno: “Sofferto ho la mia casa dalla cantina al sulpigno, come se le avessi fatte le travature con le mie cose”. Ma a questa foia consumistica succede la vocazione della “fidanzata di Gesù” per l’assistenza ai diseredati, l’aspirazione a una cristiana dedizione alla causa di un’utopistica palingenesi umana sociale e il vagheggiamento infine di una misura esistenziale che stimoli l’uomo a guardare in fondo al significato delle piccole cose di ogni giorno.
V’è materia per un poema sinfonico, un epos classico di grande respiro che l’autrice costringe nel breve arco di un romanzo epistolare;per effetto di questa costrizione la vicenda narrativa si condensa per esplodere a tratti lasciando un vasto campo libero all’immaginazione del lettore, che si muove necessariamente come dentro un caleidoscopico rimescolio.
Quanto al giudizio di merito sul linguaggio della Luprè, per essere coerente con la mia personale interpretazione della funzione critica, lascio libero il lettore di giudicare se il tessuto lessicale andava più organicamente ordito, se una più rigorosa vigilanza filologica andava esercitata nei passi in cui una materia urgente e incandescente stenta a decantarsi per raccordarsi a una sostanza umana universale e i tempi reali, gli spazi lirici e geografici stentano a trovare quell’ armonia che consenta una giusta visione prospettica dei fatti.
A titolo personale e orientativo, non esito a dichiarare che certi nuclei densi di chiarezze istantanee ma elaborate con estrema attenzione, certe espressioni, certe locuzioni che ricorrono nel suggestivo passo della ventisettesima pagina: “sento che nel mondo c’è una forza ch’è più forte degli entusiasmi della giovinezza, più forte di ogni cosa libera e gioiosa. È la polvere…’’presuppongono una qualità superiore di scavo e di osservazione.
Il libro, comunque, ha una sua innegabile storica rilevanza, perché resta un lodevole tentativo di costruzione di un romanzo epistolare, per certi aspetti nuovo, che nell’ambito della nostra tradizione narrativa, introduce tematiche originalmente rivisitate e di avvincente attualità culturale.

Giuseppe Jovine

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