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 MARIA LUISA CAPUTO

 Le storie di Mizar

 EDITRICE TOTEM

 

Analisi critica di

  Lucia Pulpo

 

Il manoscritto: Le storie di Mizar, si chiude con la soddisfazione dell’autrice-bambina cosciente di non aver più bisogno di favole, né di illusioni con maghi, cavalieri e principi azzurri, perché la sua infanzia è stata piena di racconti di vita che appagano ogni desiderio e curiosità di crescita.

I verbi usati, infatti, sono tutti coniugati al tempo passato, un discorso a cui non interessa attualizzarsi, che non vuole esibire relazioni dirette col presente ma, come ricorda la poesia iniziale dal titolo: Immutabilità, i ricordi sono parte integrante, seppur inconscia, del nostro presente e segni tangibili, premonizioni  del nostro destino.

Un sapore vagamente verista, che rimane appena accennato perché sopraffatto dalla vitalità dei personaggi, in maggioranza donne, eroine che sopportano, anche,  la repressione che segue ogni tentativo di reazione allo statu quo (Caterina, Concettina, Teresina); per questo, alla fine delle loro brevi storie, ricevono in premio, la serenità sognata.

Racconti al femminile, dunque: la scrittrice, la protagonista Mizar, mescolate ad un mondo popolare animato dalle voci delle pettegole di paese ed intriso dall’odore di pesce, da quello del sugo sui fornelli e da quello lasciato dal troppo vino bevuto dagli uomini, abitualmente, brutali.

Alle regole della società esterna e per questo estranea, fa eccezione la famiglia dell’autrice con una mamma non sottomessa ai costumi ed alle superstizioni del tempo, un padre sempre disponibile al colloquio, a dare conforto alla figlioletta ed ottimista, una nonna energica e cordiale, che instaura un rapporto confidenziale con la nipotina e, perfino, con Benedetta, il vero capo-ufficio del quartiere.

Un mondo di memoria, di esperienze di vita che richiama quello della ispirazione di Natalia Ginsburg ma con un linguaggio più morbido, le parole scorrono senza ferire il lettore, neppure nei momenti più drammatici, come le liti coniugali, il discorso non si irrigidisce in giudizi scontati.

La Caputo presenta i propri racconti come momenti, battiti d’un’unica storia con un unico cuore ed, infatti, la scena e il periodo che fanno da sfondo ai 13 racconti, sono gli stessi così da dare al lettore  un interessante spaccato di un paesino campano vicino al mare, in una Italia, ancora, analfabeta e senza televisione.

Il primo racconto presenta una situazione surreale, un matrimonio dai colori grigio e nero, come un funerale, colori che si rispecchiano nell’umore del cielo nuvoloso nel primo caso, soleggiato nel secondo. Uno scambio di parti che non concede spazio ai dubbi, la felicità non è nella forma (matrimonio nel caso in questione), ma nella sostanza dei risultati.

Il secondo racconto si apre con la vacanza al mare, i giochi sulla spiaggia con le cuginette fino all’incontro particolarmente appassionante con lo stupefacente Mizar. Un episodio che richiama alla mente un’altra spiaggia quella di Babel, località balneare della Normandia, dove il giovane Proust incontra un gruppo di giovani che si riuniscono per giocare sulla spiaggia. L’autrice,  come Proust, non narra una vicenda vera e propria ma offre al lettore, con un procedimento quasi da pittore impressionista, vari quadri in cui rivive l’ambiente dell’infanzia; il Proust di: alla ricerca del tempo perduto, è un giovane che s’innamora di Odette, mentre la nostra autrice è una bambina ingenua di otto anni che arrossisce in viso, incantata alla vista del biondo e riccioluto marinaio Mizar.

Al terzo racconto colpo di scena: Mizar è una lei argentina che, alla prima occasione, mantiene la promessa fatta di raccontare una storia, e rispettando l’impegno conquista, definitivamente la bambina che ricambia innalzandola a faro da seguire nell’incertezza della notte.

Mizar è, soprattutto, una persona di cui fidarsi, a cui voler bene, e quindi nei giorni di vento (Maestrale, il quarto racconto), Maria Luisa si preoccupa delle onde del mare  agitato che scuotono violentemente, la barca di Mizar, mettendone in pericolo la vita stessa.

Il brutto tempo chiude la stagione balneare, cosicché a questi seguono racconti ambientati nell’entroterra, nei vicoli, lontano dal mare, al riparo dalla salsedine e dalla umidità delle coste.

Il quinto racconto parla di due donne brutte: Ofelia e Cornelia. Brutte nell’aspetto e nei modi, per questo la gente le tiene a distanza, e questa discriminazione inconsapevolmente parte, anche, Maria Luisa testimone del fidanzamento di Ofelia con Turi che, però, la lascia, dopo il matrimonio, appena impossessatosi di tutti gli averi della sposa. La bambina si sente in colpa, la gente continua a sparlare e lei ci ha creduto, un atteggiamento comune a Malony, il protagonista di : Gente di Dublino (scritto da Joyce), che con i sensi di colpa, manifesta l’amicizia per Leo Dillon, malgrado le critiche mosse, intimamente, contro Leo .

Originale il coro di voci che si seguono, fermano ed intrecciano, nel sesto racconto, con credenze superstiziose premessa a racconti seguenti come: Occhio di cane, dove la superstizione esercita un potere oscuro come quello che nel castello Kafka-k. vorrebbe affrontare ma cade in un sonno profondo e malato.

Il settimo, l’ottavo e l’undicesimo racconto sono una ricostruzione di fatti, di persone di paesaggi impressi nell’anima al suo affacciarsi alla vita, come nella: Gente in Aspromonte, di Corrado Alvaro, elementi di vita regionale si intrecciano ad atmosfere drammatiche e liriche ma non vincolate né soffocate da polemiche e considerazioni sul piano sociale e del costume.

Gli ultimi racconti ritornano al motivo iniziale del mare, la spiaggia e Mizar, quest’ultima è cambiata, ha lasciato le vesti dell’eroe dei mari ed è incinta, la risposta felice a tutti quei matrimoni combinati ed imposti con violenza a cui la piccola Maria Luisa, incosciamente, si ribellava, la speranza per una viaggio intrapreso da poco con curiosità propria di una capo-banda di otto anni.

Spesso il linguaggio è pirotecnico nell’inventare termini e mescolare i suoni ottenendo effetti un po’ grotteschi e bizzarri ma efficaci.

Settanta pagine avvincenti che conquistano velocemente il lettore.

 

Lucia Pulpo

 


 

Particolari che diventano simboli

 

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

 

 

Analisi critica di

 

 

Cristina Ghezzi

 

 

 

Con l’opera “Le storie di Mizar”, Maria Luisa Caputo prende per mano il lettore e lo trasporta nel mondo incantato della sua infanzia. Un’infanzia costellata di situazioni e personaggi che sembrano appartenere ad un’altra epoca, ad un’Italia arretrata e bigotta, ma vivida e ricca di umanità e passione.

Si tratta di un mondo che il lettore vede con gli occhi di bambina della protagonista: una bambina attratta da tutte le persone e le circostanze straordinarie o fuori del comune, una bambina curiosa circondata da adulti che non sono in grado di rispondere alle sue domande. Ad eccezione di Mizar.

Mizar dà nome al libro, ne costituisce il filo conduttore, rappresenta l’interlocutore ideale cui la protagonista si rivolge. Si tratta di una donna davvero straordinaria in quel luogo ed in quel tempo: possiede un peschereccio che porta il suo nome, Mizar, ed ogni mattina esce in mare con i pescatori. Porta i pantaloni, lavora come loro: la piccola Maria Luisa in un primo momento la scambia per un bellissimo uomo. Ha un accento ispanico, che la bambina identifica come argentino per l’assonanza con il modo di parlare di un amico del padre, proveniente appunto da quella terra. Il suo strano linguaggio la rende ancora più straordinaria ed esotica agli occhi della giovane protagonista, che prova sin dal loro primo incontro una straordinaria attrazione, una sorta di innamoramento nei suoi confronti.

Mizar le appare totalmente diversa da tutte le donne che conosce: è forte e indipendente, quando lavora si veste come un uomo, le persone che la circondano la rispettano. Anche il suo essere straniera la differenzia dalla gente del paese; nell’immaginario della bambina l’Argentina si profila così come l’ha descritta l’amico del padre: una terra sconfinata, dove tutto è immenso e si respira un clima di abbondanza e libertà.

In realtà non sappiamo se Mizar provenisse veramente dall’Argentina, né dove si svolgano i fatti narrati. Anche se poco fa ho parlato di un luogo e di un tempo in cui inquadrare i protagonisti delle vicende, in realtà il contesto non è esplicito. A partire dalle storie dai personaggi e dagli indizi disseminati qua e là dall’autrice, il lettore riesce però a collocare le vicissitudini della piccola Maria Luisa in un “altrove” spazio-temporale con delle caratteristiche precise, che rendono del tutto eccezionale la figura di Mizar.

La piccola sente di poterle porre tutte le domande che la assillano; quando arriva l’inverno e la famiglia smette di scendere in spiaggia, lei continua a pensare a Mizar. Ogni volta che assiste ad una situazione anomala o perturbatrice, si ripropone di chiedere delucidazioni a quella donna straordinaria, l’estate successiva.

Tali situazioni, vissute nell’aspettativa di quell’incontro chiarificatore, danno vita ad una serie di storie in cui l’intreccio, spesso debolissimo, lascia spazio al ritratto, alla descrizione, all’introspezione, alla forza evocativa dei particolari. Particolari che  diventano simboli, in quanto espressioni del pensiero infantile; i bambini infatti non argomentano in maniera logica le loro opinioni e non danno un nome alle loro sensazioni, preferendo esprimersi in maniera simbolica ed allegorica.

Il linguaggio che anima la narrazione, come quello infantile, è fortemente evocativo e metaforico: così, ad esempio, la chiesa di fronte casa “spalanca la bocca”, e dalle sue “fauci” escono gli sposi o le bare, mentre i malumori della bambina “gelatinano” sulla spiaggia come meduse. Così, ancora, i discorsi delle donne riunite in un cortile diventano una sinfonia, ed i pettegolezzi svolazzano come tafani.

Il ritmo della narrazione è incalzante e coinvolge fortemente il lettore: alla prosa elegante e scorrevole del discorso indiretto si alternano i dialoghi, in cui l’autrice non manca di riportare fedelmente espressioni gergali o dialettali.

Per quanto riguarda l’accento ispanico di Mizar e dell’amico argentino del padre, questo viene reso trascrivendone esattamente la pronuncia, proprio come farebbe una bambina. Così troviamo “mugher” in luogo di mujer, dove l’acca esprime l’aspirazione della jota spagnola, o “istorrrria” per historia, con una trascrizione che evoca la pronunzia calcata della erre tipica degli ispanofoni.

L’uso della prima persona, la visione soggettiva, la prospettiva dell’infanzia, il linguaggio metaforico inseriscono l’opera nel filone della narrativa memoriale del Novecento, che spazia dalla “Ricerca del tempo perduto” di Proust a “Gita al faro” della Woolf, dal “Lessico Familiare” della Ginsburg alla “Coscienza di Zeno” di Svevo.

Le situazioni descritte riguardano tutte la vita familiare, il quotidiano, rappresentano scene di vita vissuta dipinte con mano sapiente. Il meccanismo memoriale è prodotto dalla sensazione, sia fisica (colori, odori, sapori) che psichica (orgoglio, frustrazione).

Se lo sguardo con cui vengono messi a fuoco certi eventi, come abbiamo detto, è quello dell’infanzia, a volte la bambina lascia per qualche istante la penna alla donna, che riflette a posteriori sui fatti narrati: “allora ero molto piccola, ma capivo abbastanza da immaginare che quello era un rimedio inutile, dannoso..”. In questi casi il racconto si fa più critico: mentre la bambina cerca di capire, la donna, che ha riflettuto ampiamente su quegli eventi, li giudica.

L’autrice preferisce però che a parlare sia la bambina, esplicitando i sui giudizi il meno possibile, in modo che il lettore tragga le proprie conclusioni.

Pur riguardando la vita familiare e quotidiana, le vicende narrate offrono  numerosi spunti per una riflessione di tipo sociale sull’ignoranza, sulla chiusura di certi ambienti, sulla superstizione, sul male che possono fare le “voci” del paese.

Sono tuttavia  le tematiche legate all’amore, al matrimonio ed alla maternità ad emergere con più forza dall’opera della Caputo. O meglio, le problematiche legate al ruolo femminile: sono quasi tutte donne le protagoniste delle storie, anche se le loro vicende risultano più o meno legate agli uomini della loro famiglia, mariti o padri che siano.

Non è un caso che nel corso del primo racconto la piccola Maria Luisa affermi di non volersi sposare, esternando una istintiva ma giustificata ripulsa nei confronti di ciò che “essere donna” significa nel contesto in cui vive, e che nell’ultimo la sua beniamina Mizar compaia incinta.

L’opera presenta una struttura ad anello: si apre con un matrimonio riparatore, si chiude con un approccio del tutto diverso alla maternità.

Dopo un primo momento di delusione (“era diventata una donna qualsiasi!”), la dolcezza e la forza di Mizar riconciliano la bambina con la femminilità.

Una femminilità che troppe volte ha visto calpestata, umiliata, oppressa, vittima di una società chiusa ed arcaica.

Nelle storie che la piccola protagonista ci narra, si intravede solo uno spiraglio di salvezza per una donna: il lavoro.

Le spose infelici Wenda e Caterina si realizzano infatti andando a lavorare l’una a Torino in fabbrica, l’altra a Roma come maestra. Conquista l’indipendenza anche Teresina, che dopo aver ucciso il marito ne eredita il mestiere e diventa l’arrotino del paese. Questa possibilità viene però offerta loro solo dalla vedovanza: la bambina si chiede in effetti come mai Caterina sembri contenta del suo stato.

Mizar rappresenta invece un autentico esempio di femminilità “in positivo”: bella, forte, ma soprattutto libera, è capace di lavorare come un uomo e di essere indipendente senza per questo rinunciare alla gioia di essere donna,  madre e amante.

 

 

Cristina Ghezzi

 

 

 


 

sentimenti raccontati e vissuti con eleganza

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

  

Analisi critica di

Giulia Marchese

 

 

In questi racconti si compie il viaggio di Maria Luisa Caputo nell’intimo del ricordo. L’io narrante riconquista la dimensione dell’infanzia sin dalle prime righe e percorre a passi leggeri la strada dell’esperienza, avvolta dai misteri ma anche da caldi suoni e colori del Sud Italia.

Le storie di Mizar sono infinite storie mitiche mai iniziate, eppure così avvincenti, che accompagnano l’immaginario  di un paese lontano e sconosciuto. Gli occhi e le orecchie dell’infanzia intrecciano queste storie alle vite di un piccolo paese del Sud. I paesani, i famigliari, i luoghi con i quali la protagonista cresce, hanno tutti storie ricche e misteriose che una bambina può solo ascoltare con grande curiosità, frammenti di discorsi incomprensibili che nemmeno la fantastica Mizar può spiegare. Ma Maria Luisa sa che con queste storie può imparare a conoscere il mondo. L’infanzia del sud è ricordata e analizzata senza rancore, senza accuse. Anche la tristezza, le sofferenze e le incomprensioni sono sentimenti raccontati e vissuti con eleganza, accarezzati con delicatezza.

Portati dal mare ora a ritmo lento, ora con onde violente, i racconti emergono dal passato dell’autrice e si infrangono lasciando sulla spiaggia  pezzi di vita da raccogliere e collezionare nel percorso di crescita. “Le storie di Mizar” si presenta quindi come un racconto di formazione estremamente personale, quasi una dichiarazione poetica, sulla scia di un genere letterario di antica tradizione quale il romanzo di formazione. Lo stile narrativo, ricco di metafore e colori, si spinge fino al simbolismo pittorico partendo dalle basi di un realismo tradizionale italiano. Gli episodi raccontati da Maria Luisa sono infatti scene di quotidiano domestico scritte come immagini immobili nell’atto di compiersi. Le esperienze dei personaggi sono esempi per spiegare e spiegarsi la realtà della vita.

I singoli racconti appaiono al lettore come piccoli frammenti: con poche parole e pochi gesti i personaggi prendono forma e consistenza e velocemente scompaiono lasciando inappagato il piacere della conclusione. Ma l’opera nella sua interezza dichiara che ciò che manca appartiene all’intimo, è intuibile solo seguendo  il percorso più profondo che porta alla formazione. Con gentilezza l’autrice si muove tra i rumori dei paesi, delle spiagge, dei cortili. Entrando fin dentro le case, nelle stanze private, nei posti sicuri delle persone raccoglie e fotografa voci e suoni, dai ronzii fastidiosi ai lamenti muti. Ascolta, guarda e ripercorre con se stessa e i suoi personaggi le tappe che l’hanno portata alla maturità e le azioni che le hanno dato la consapevolezza della propria identità.

La ricerca di risposte a domande antiche, la necessità di concludere la storia, sono bisogni che svaniscono davanti a Mizar e alle sue mille storie ancora da raccontare.

 

Giulia Marchese

 

 

 

 

 


 

 

 

grande umorismo nero

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

 

Analisi critica di

Paola Delfino

 

 

Le storie di Mizar. Tante piccole storie che racchiudono un universo culturale, temporale e psicologico che diventa il filo conduttore per un racconto. Il libro si apre come enigma, e questo enigma andando avanti si ispessisce. Perché Wenda si sposa di mattina presto e con un vestito grigio? Una domanda alla quale è difficile rispondere per una bambina. L’autrice, voce narrante, ritorna a ricordi infantili e li fa uscire dal cassetto della memoria per diventare favole, sogni di un passato lontano non solo a livello temporale, ma anche è soprattutto sociale. Quel vestito grigio a simboleggiare un pezzo della storia culturale del nostro paese. Quel vestito grigio a confondere immagini di festa con immagini funeree. Un matrimonio o un funerale, che differenza fa se si è comunque vestiti di grigio?

È proprio del grande umorismo nero presentare la cosa più indesiderabile come la cosa più desiderabile, così fa l’autrice. Ed allora “la sposa triste” diventa per quella spettatrice bambina il nuovo, lo sconosciuto, l’inspiegabile ed acquista quindi attrattiva. E non è questo l’unico personaggio ad incuriosirla. Le descrizioni si susseguono.

Vite a sé stanti, ma riunite dal tempo, dal luogo e soprattutto da Mizar. Mizar un raccontastorie, Mizar l’unica domanda che riesce a trovare risposta, Mizar la sola persona adulta che si svela volontariamente ed involontariamente all’infanzia. Un riconoscimento che la rappresenta come una figura mitica, capace di percorrere tutte le microstorie all’interno della storia, come un peschereccio che solca le onde. Onde peraltro che nascondono leggende spesso terribili e spaventose, anche quando sono le chiacchiere dell’essere umano a trasformare in orchi e streghe i suoi simili, a rendere favolistica la realtà.

Si va avanti, dunque, per simboli. Un simbolico inteso in senso barthesiano, come codice che nega le attese del lettore e le regole della verosimiglianza narrativa per affermare le ragioni dell’inconscio. Una specie di linguaggio che si sovrappone alle parole del testo per darne un’ulteriore chiave d’accesso, talvolta in contrasto con la prima evidente interpretazione. Non una comprensione finale del tutto, ma una comprensione che va di pari passo alla lettura perché, come dice Barthes, “ il senso non è alla fine del racconto ma lo attraversa”.

Un racconto breve che è espressione del sentire moderno e, per questo, ha poco da invidiare a quel grande e totalizzante affresco che è il romanzo Ottocentesco. Riassumere il mondo intero e i particolari della storia è il mito dello scrittore dell’Ottocento. Si pensi al romanzo storico, realistico e naturalistico, alle grandi serie produttive di Balzac e Zola. L’autore novecentesco al contrario rifugge dal tutto configurato, risalendo a modelli più antichi, che coincidono forse con le origini stesse della narrazione orale, riscopre lo humour di Swift, disperde la storia in una pluralità di incidenti narrativi, la fa continuamente deviare, le impedisce di assumere una configurazione. Così il racconto diventa un genere letterario, seppur trascurato dalla critica e dalla teoria almeno fino agli anni Sessanta. In Italia in particolare è stato spesso considerato, da studiosi e scrittori, una mancanza o un ripiego dovuto all’incapacità di avvicinarsi a generi più alti. Una considerazione paradossale per chi, certamente, riconosce quanto la letteratura italiana abbia la vocazione per le forme brevi in generale.

Forse è più logico soffermarsi su un’altra riflessione e cioè se dopo il Novecento sia ancora giusto parlare di generi. Certamente non è più possibile parlarne se non in termini di usi editoriali, ricorrenze paratestuali, insiemi dinamici che si sovrappongono, influenzandosi vicendevolmente. Genere dunque come punto di partenza dal quale guardare tutti gli altri generi. Solo così si potrà allargare lo sguardo, andare oltre l’evidenza empirica da cui siamo partiti, e cioè che il racconto breve esiste, essendo dotato di una sua riconoscibilità intuitiva. Solo così potremo individuare tanto nel romanzo quanto nel racconto la stessa dialettica di forze centripete e centrifughe di cui parlava Bachtin. E se questo vale oggi per molti dei generi contemporanei è particolarmente valido per il racconto e per il romanzo di tutto il Novecento. È questa familiarità che permette fusioni straordinarie (come in Svevo o in Pirandello) fra romanzo e novella.

Eppure per quanto si attraggano narrazione lunga e narrazione breve continuano ad opporsi su un piano strutturale, mosse da principi costruttivi diversi. Lo scrittore contemporaneo fa della dissociazione poetica il suo nucleo, rinunciando a progettare il tutto minuzioso della storia. La sua cellula vitale è il frammento, l’episodio che non si connette logicamente agli altri, ma è lasciato libero di muoversi seppur per simbolizzare il più delle volte un concetto unico. La sua tradizione è quella umoristica in cui il mondo si presenta sotto forma di un problema non da risolvere, ma da usare come spunto per aprire la strada ad una più ampia serie di quesiti. E la narrazione quindi procede senza incontrare un orizzonte e senza neppure ricercarlo. L’importante è insinuare il dubbio nel lettore, porlo di fronte ad una riflessione, fargli cercare il centro della narrazione.

In questo quadro si inserisce quest’opera.

 

 

Paola Delfino


 

 

percorso cosmico e spirituale attraverso le età dell’uomo

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

 

 

Analisi critica di

 

Margherita Bai

 

 Le storie, il romanzo, i racconti. Riflessioni di genere

 

Se mai, nell’approccio ad un’opera letteraria, si rischiasse di cedere alla tentazione di fornire una definizione affrettata e irriflessiva del genere letterario, queste “Storie di Mizar” rappresentano senz’altro un valido antidoto ad ogni colpevole distrazione. “Romanzo ritmato in racconti”, questa la rabdomantica combinazione alla quale l’autrice, Maria Luisa Caputo, sceglie di affidare la descrizione formale della propria opera: una valutazione senz’altro pregnante, che in apertura fornisce un saggio significativo delle potenzialità caleidoscopiche della sua modulazione narrativa, eppure – per quanta sofisticata puntualità possa esibire – non è tale da raggiungere la perfezione e la compiutezza già presenti nel titolo. Storia, questa la parola essenziale che non viene mai tradita dal testo, sia per quel che riguarda il suo significato più ordinario e immediato – l’evento – sia per quel che concerne la sua valenza precipuamente espressiva, che è il dato che ora interessa: la peculiare cifra stilistica della storia acquista in quest’opera una dimensione di primo piano, capace di caratterizzarsi per una sua irripetibile singolarità da qualunque altra sfumatura di genere. Il primo elemento distintivo che rende autenticamente storie queste storie è ravvisabile nella profonda e magmatica relazione che intessono con la terra, intesa nel senso primitivo e originario di comunità, dove l’orizzonte culturale è una soglia comune alla quale collettivamente si affacciano le vite di un intero paese, e dove la condivisione e la riflessione su ogni aspetto dell’esistenza sono affidate all’oralità. Questo tessuto umano che è prima di tutto sonoro è restituito, come una quinta invisibile, dietro l’impronta soggettiva e quasi confidenziale della narrazione in prima persona: la dimensione corale e il radicamento nella tradizione orale non emergono da una rappresentazione veristica che miri a lasciar sussistere, in una naturale emersione, le voci altre dal narratore; qui la lingua personale della narratrice si lascia permeare dal ricordo di parole lontane, di discorsi affidati al vento: e li riporta, fedeli e al contempo visceralmente interiorizzati, trasfigurati in una nuova musicalità, nel suono risorto di una paesanità onirica, sfumata e al contempo nitida, incantata. La vasta eco che si produce proprio a partire da questo esercizio della musicalità, fondato sulla ricostruzione meticolosa della tonalità linguistica collettiva e al contempo sulla sua rimodulazione in una voce personale che da quel coro sia in grado di staccarsi, fornisce un elemento ulteriore di definizione delle storie: quando l’autrice parla di “romanzo ritmato in racconti” sente probabilmente l’esigenza di esprimere quella condizione ossimorica di relata discontinuità che caratterizza la sua opera. Da un lato infatti si può parlare di romanzo in virtù di una coesione ideale, strutturale e climatica che avvolge tutti i brani nella medesima densa atmosfera, senza sfasature né repentine fuoriuscite. D’altro canto rimane da render conto di quella musica, di quel ritmo cadenzato che, suddividendo i singoli brani e affidando a ciascuno la descrizione di un personaggio e di un relativo episodio, pare conferire al dettato l’andatura del racconto, in sé compiuto e sufficiente. Tuttavia, rischiando di peccare di semplicismo, mi sembra che tanta tecnica sofisticazione potesse essere risparmiata ricorrendo ancora alle potenzialità, sul piano narrativo, del termine storia: questa si muove dalle profondità di un passato remoto e indistinto, che funge da terreno comune e condiviso di lingua, immaginario, leggenda, mito, per dipanarsi poi, con andamento progressivo e incompiuto, nei più diversi e vari episodi: ciascun brano vale per sé ma solo nella misura in cui se ne colga e riconosca la discendenza univoca dal medesimo cosmo generativo. Questa la storia, che non comincia né finisce, nella tradizione popolare. Queste le “Storie di Mizar”, che nascono da un mondo e a quel mondo ritornano, con un moto che ontologicamente si definisce ciclico e umanamente grato: un tributo appassionato e spregiudicato insieme alla propria terra.

 

Con gli occhi di una bambina: l’eterna terza persona.

Ma veniamo ora, abbandonando i tecnicismi, ad addentrarci nelle “Storie di Mizar”, precisando da subito che non sono, a pieno titolo, di Mizar – personaggio soffusamente simbolico di cui più tardi si dirà – ma appartengono in verità alla narratrice, alla bambina che dice “io”. Le storie, narrate in prima persona, hanno in effetti la peculiarità di essere non già semplicemente ricordi, ma ricordi d’infanzia. Questo comporta che il filtro della memoria non si limiti a stendere una fascinosa coloritura memorialistica sulla narrazione, ma che debba operare un balzo dimensionale, un vertiginoso salto dall’era adulta all’era infantile, un viaggio che non è semplicemente e linearmente nel passato, ma è altresì un percorso cosmico e spirituale attraverso le età dell’uomo. L’autrice imposta questa complessa operazione con estrema fluidità e naturalezza, senza indugiare in tentativi sperimentali di riproduzione non mediata del linguaggio o del pensiero infantile: al contrario, sovente si dà giustificazione della distorta o favolosa percezione di un evento proprio facendo riferimento alla condizione infantile della protagonista-narratrice. Pur con questo andamento scoperto e piano, che rifugge dal virtuosismo dei giochi prospettici e si affida al piacere caloroso e appassionato del raccontare, la sfasatura sensoriale e concettuale che connota l’infanzia è resa con straordinaria pregnanza: le associazioni irriverenti della spontaneità, come quella tra matrimoni e funerali nell’episodio di Wenda; l’impossibilità di abbattere una barriera pregiudiziale che affondi le proprie radici nell’immaginario orrido e fiabesco dei monstra sociali, come nel caso di Ofelia e Cornelia; la sintesi non coerente di una serie di fatti, come emerge dal racconto dell’ingiustamente misconosciuta Benedetta; la restituzione delle proporzioni assolute, granitiche e misteriose del male nello splendido brano dove si narra del curativo occhio di cane: surreale già quasi per vocazione, questo è forse l’episodio dove al meglio l’infanzia si ritraduce, offerta nella sua commistione più inquietante e ambigua di innocenza e crudeltà. L’introduzione della dimensione infantile ha dunque in primo luogo il pregio di sdoppiare, se non tecnicamente almeno idealmente, la voce narrante, la quale si arricchisce in virtù di quella dilatazione temporale che, attraversando diverse ere della coscienza individuale, vede prodursi un mutamento non solo quantitativo – l’accrescimento del patrimonio esperienziale – ma anche qualitativo, il lento e doloroso imprimersi nell’anima delle svolte esistenziali. In seconda battuta l’elemento infantile si presta a creare una interazione estremamente proficua, sempre sul piano dell’efficacia narrativa, con il microcosmo della vita paesana: il ricordo di bambina, carico di puntigliosa curiosità ma scevro della malizia greve e stantia del mondo adulto, vale a scalzare d’un fiato tutte le tacite convenzioni e i soffocanti meccanismi comunitari fondati sull’ipocrisia, sul ricatto e massimamente sulla maldicenza. Gli occhi della bambina non si oppongono a tutto questo in nome di un più alto ideale di giustizia, di correttezza e di buon costume, ma prima che per ogni altra ragione rifuggono quel sistema perché ne colgono con pienezza di sentimento l’assurdità, il riddiculus, l’artificiosità e il groviglio torbido di irrazionalità che lo alimentano. In questo senso, l’infanzia fornisce la chiave di volta per denunciare e mettere a nudo le maglie perverse e profondamente radicate della diceria, le ferree leggi omertose e reazionarie di un sistema chiuso, senza che questo comporti il trapasso ridondante nella polemica, nella schermaglia moralistica: l’occhio della scrittrice che recupera le visoni dell’infanzia riesce a essere limpidamente spregiudicato, affiancando alla nitidezza della visione il passo leggero, poetico e garbato proprio di un punto di vista costituzionalmente e non ostilmente estraneo. Ecco in che senso si è parlato di eterna terza persona, facendo riferimento agli studi di Bachtin sulle figure del servo e del buffone: il bambino gode degli stessi privilegi di questi estranei, che l’opinione comune non considera come figure compiute e integrate a tutto tondo nel consesso umano e proprio in virtù di questo misconoscimento sono liberi da quei vincoli e da quelle dinamiche e possono rivolgere uno sguardo fermo, incorrotto e inosservato sul mondo che li ha banditi.

 

Cromatismo, musicalità, parola. La scrittura sinestetica.

Prima di passare a spendere qualche riflessione sul personaggio che dà il titolo al libro, non si può fare a meno di notare – suggestionati forse dagli intensi legami che stringono l’autrice all’arte figurativa – che la scrittura che fluida si riversa nelle pagine di questo romanzo ritmato non è altro che una interminabile, avvolgente sinestesia: la sovrapposizione e l’accostamento ardito dei diversi e divergenti campi sensoriali si attua, più che a livello dei singoli sintagmi o di isolati episodi verbali, nell’intero svolgersi e articolarsi del testo. Si prenda, come esempio emblematico, la squillante e vivacissima descrizione dell’episodio di maldicenza che colpisce direttamente la protagonista e la sua famiglia, narrata in Spettri domestici. Qui le sfumature cromatiche e le cangianti campiture degli interni popolari, con l’inventario umile e domestico delle verdure e dei ferri da calza – tra un Bernardo Strozzi e un Courbet – si miscelano magistralmente con le partiture musicali che sottolineano con note taglienti e ironiche il vario declinarsi delle voci d’orchestra. Musica, pittura e parola sono d’altra parte presenti nella loro interazione reciproca nell’intera opera. A questo proposito, più significativo di ogni altra esemplificazione può risultare il primo verso della poesia che è posta all’inizio, al limitare del romanzo, e che ci servirà qui di seguito per tentare di formulare qualche ipotesi sul cronotopo del romanzo: “Avanza l’estate / tra lampi e sgrosciolii”. Una definizione temporale, per la precisione stagionale, seguita da due elementi che richiamano rispettivamente la sfera sensoriale della vista e quella dell’udito. E questa è effettivamente, pur trasposta nella forma prosastica, l’essenza della scrittura delle “Storie di Mizar”: con una informazione in più che riguarda, come si accennava, il cronotopo. L’estate non è infatti una mera determinazione di tempo; è anche un luogo, uno spazio ben definito che si apre come un mondo a parte, un universo con le sue leggi, i suoi rituali, le regole extraordinarie che presiedono alle relazioni umane, la sua natura di precarietà che si fonde e si compensa con il suo carattere ciclico, di morte e resurrezione. L’estate è un regno di vento, di mare, di viaggi mattutini alla spiaggia, di incontri, di partenze e di ritorni: è la regione autonoma in cui la vita assume una consistenza evanescente, fuggevole, di presente vissuto già come leggenda, lontano dallo scorrere ordinario dei lunari terrestri; “sotto un sole svenante”, avrebbe detto Pasolini, mostrando in quell’impedimento violento dell’abbaglio e del calore le coordinate spaziali di altre forme a priori, di un altro spazio-tempo dal quale si percepisce il mondo. “Le storie di Mizar” è strutturalmente un romanzo dell’estate, perché rende manifesta con una sensualità diffusa e dominante la distanza siderale che isola l’episodio estivo dai luoghi e dai tempi ordinari. Piace pensare poi che non sia un caso che l’autrice, sempre in margine di romanzo, voglia fornire precisazioni riguardo al tempo di scrittura dell’opera: “Iniziato il  10  agosto 2003 ore 0  e 5, notte di San Lorenzo sotto un cielo che sa di stelle nascoste.Ultimato il 18 Agosto 2003 ore 15 e 20  Sant’Elena mentre mille cicale intonano sinfonie d’amore nella calura insopportabile di questa torrida estate”. Il cronotopo dell’estate permea di sé, con sottile gioco metaletterario, la fase stessa della scrittura: che diventa così essa stessa voce tra le voci di un fuggevole mondo incantato.

Mizar: alba e tramonto di una stella.

 

Mizar: si è già detto che le storie non appartengono precisamente a Mizar, ma alla narratrice che, dopo averle vissute in prima persona o assorbite attraverso racconti e leggende familiari e paesane, le restituisce alla pagina letteraria. Ma non è senza ragione che nel titolo queste storie sono dette “di Mizar”: perché la pescatrice fascinosa dall’accento esotico e curioso, che ritorna ogni estate per andarsene poi di nuovo, col vento cattivo, è il simbolo di quelle storie, le rappresenta e le incarna come una creatura magica, e in un certo senso – pur non raccontandole né determinandole – le fa esistere. Mizar è il lare che veglia sull’estate, la vestale che amministra il rito di rinascita e tramonto della stagione, la divinità alla quale si chiedono e si affidano le sorti nella regione separata del sole d’agosto. Come ogni creatura fatata, Mizar non ha bisogno di intervenire direttamente e attivamente negli eventi: la bambina che l’ha eletta a sua guida e protettrice non ottiene da lei lunghe spiegazioni o dettagliati racconti, ma la semplice, essenziale e simbolica rivelazione del nome, Mizar. Tutte le altre domande, che la protagonista si annota scrupolosamente in attesa di rincontrare Mizar, non riceveranno mai dalla dea una effettiva risposta: perché la funzione di ogni divinità è quella di fondare la coscienza umana, di lasciar esistere e legittimare la presenza di un andito spirituale nel quale le riflessioni e gli interrogativi sul mondo trovino un loro spazio di espressione. In questo Mizar, o meglio ciò che ella è nella dimensione simbolica del suo nome-destino, riesce perfettamente: perché la luce intensa della sua stella – la stella più luminosa dell’Orsa Maggiore – è un porto saldo al quale il navigatore fa ritorno, la guida sicura che salva il naufrago dalla tempesta. Alla fine del romanzo, la favolosa Mizar si umanizza repentinamente, esibendo nel suo grembo una nuova vita, cedendo il suo ruolo di sacerdotessa per conquistare quello di madre. La magia si rompe, e la delusione attraversa per un attimo l’animo della protagonista: ma l’iniziazione è compiuta e la creatura fatata che ha accompagnato per un tratto la bambina nel lungo cammino dello spirito deve ora scomparire, o meglio dismettere i suoi panni simbolici, spegnere la sua stella e lasciarsi assorbire dall’umanità.

 

Margherita Bai

 

 

 


 

 

 

una memoria che attualizza ciò che evoca

 

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

 

 

Analisi critica di

  

Paola Neri

 

 

 

Questi racconti tracciano un affresco di un Sud al tempo stesso reale e fantastico, ripercorrendo e rivivendo episodi e personaggi dell’infanzia della protagonista.

Una scrittura fluida e suggestiva ci restituisce l’immagine di un’umanità dolente e rassegnata, vittima di ignoranza e superstizione, su cui la protagonista posa il suo sguardo di bambina, curioso e talvolta anche irriverente, provando a penetrare i segreti e i misteri di un mondo ancestrale governato da antiche abitudini e leggi non scritte. Sono soprattutto le donne a dominare queste pagine; un mondo da cui la piccola protagonista si sente attratta e respinta, condividendone con timore e sospetto la condizione femminile. Quelle che vede scorrere davanti a sé sono vite di donne accomunate dal silenzio, dalla rinuncia e dalla sottomissione ed è a questo destino che lei, bambina, precocemente si oppone ostentando il suo rifiuto del matrimonio; per non dovere un giorno anche lei, come Wenda, celebrare un matrimonio riparatore, od essere costretta a partorire figli come fossero conigli, o magari essere abbandonata come la povera Ofelia; né aspetterà, come la zia Caterina, di diventare vedova per essere finalmente libera e serena. A queste storie si contrappone la voce di Mizar, figura mitizzata di donna pescatrice, simbolo di una femminilità forte e coraggiosa, capace di trovare il proprio ruolo nella società e di imporre le proprie scelte sfidando il brusio delle chiacchiere delle comari. Metafora del ribellarsi alle convenzioni e ai pregiudizi, questa donna bella e misteriosa, giunta da lontano, rappresenterà per la bambina l’incarnazione dei suoi sogni e dei suoi ideali, quasi una dea venuta dal mare, e attraverso un rapporto intenso e delicato cercherà di dare una risposta ai suoi turbamenti mostrandole la via da seguire per vivere una vita libera e consapevole.

E’ la memoria il filo conduttore di questi racconti in cui si va al recupero di sensazioni, sogni, sentimenti di un passato che viene rivissuto attraverso il filtro del tempo trascorso che restituisce, però, immagini non sbiadite, anzi solcate, per così dire, dai riflessi aggiunti dalle esperienze vissute nel frattempo. E’ una memoria che attualizza ciò che evoca, senza indulgere alla nostalgia del “buon tempo che fu” ma mantenendo la priorità di condividere con il lettore sensazioni ed atmosfere, più che episodi di vita privata.

Questi racconti scavano con sensibilità e acutezza nell’animo umano analizzandolo nelle sue paure e nelle sue contraddizioni più intime e nascoste, mettendo in luce la parte oscura di ognuno di noi, ma lasciando intravedere anche insospettate e improvvise possibilità di riscatto rivelate magari da insignificanti e casuali episodi.

L’Autrice mostra doti di attenzione e rivelazione psicologica e sociologica attraverso una puntuale ed incalzante descrizione di fatti ed atteggiamenti di vita quotidiana dietro i quali fa intuire al lettore i moti e i fremiti dell’animo umano lasciando spazio a considerazioni e riflessioni che si allargano ad una visione più ampia e generale.

Sullo sfondo dei racconti la presenza della natura che accompagna, partecipa e sottolinea le emozioni; con in primo piano il mare, fonte di vita ma anche di distruzione, quando l’uomo osa sfidare la forza delle sue mareggiate

La narrazione è supportata da una scrittura spontanea e suggestiva capace di descrivere colori, odori, paesaggi e di catturare caratteri e sensazioni attraverso dialoghi o gesti, con uno stile diretto ed immediato.

 

 

Paola Neri

 

 

 

 

 

 


 

 

Un singolare percorso di agnizione

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

 

 

Analisi critica di

 

 Grazia Vaccariello

 

 

 

Un singolare percorso di agnizione

nella meravigliosa infanzia

 

 

Scritte in otto giorni, quindici ore e quindici minuti, Le storie di Mizar raccontano un segmento dell’infanzia della protagonista, Maria Luisa, di cui non si conosce l’attuale età, ma alla quale il lettore si accosta partendo dalle sue radici: da un lato la bambina curiosa, attratta da tutto quello che può racchiudere un enigma -come Mizar-, da ciò che per gli altri è disprezzabile -come la signora Benedetta-, o ancora dalle storie tremende e tragiche delle donne del suo paese; dall’altro l’intera comunità del borgo marino, con le sue tipiche figure, i suoi colori, i suoi ritmi e i suoi mutamenti.

 Significativi sono i versi con cui il libro si apre: a contrastare il sentimento irreparabile di chi ha subito una perdita (ben due strofe, la seconda e la terza, hanno come incipit il participio passato del verbo perdere) -quella dell’infanzia-,  il titolo della poesia segna quasi il ricongiungimento della protagonista che racconta, ormai adulta, con se stessa bambina, cioè ribadisce che quel tempo narrato negli otto giorni dell’agosto 2003 è ancora presente, immutato nella sua memoria. Di qui il tono con cui i racconti sono narrati è limpido come se la narratrice abbia ancora tutto sotto i suoi occhi. E’ un tono che tradisce, però, le inquietudini di una protagonista alle prese con i misteri del suo paesino, vale a dire con il mistero del mondo stesso, giacché per la bimba Sant’Elena è il mondo. Si tratta di un microcosmo in cui il tempo è scandito da antichi rituali, come la festa di San Vitaliano che segna l’inizio della stagione balneare, o l’avvento del Maestrale che prelude ad abbondanti battute di pesca. Il mare ne è elemento principale: con la sua calma orla delicatamente le spiagge, mentre con enormi ondate trascina tutto nei suoi abissi. Sant’Elena è, insomma, metafora del Mediterraneo, con i suoi dolci Zefiri, ma anche con le sue catastrofi.     

La scelta degli episodi narrati conferma che l’indagine della protagonista è tutta rivolta a cercare il senso delle cose che per lei sono inesplicabili e, come se avesse il dono della chiaroveggenza, ricerca questo senso al di là delle apparenze: avverte che il giorno del matrimonio di Wenda sarà per la giovane sposa l’inizio di una morte (guardando la scena del rito nuziale da dietro i vetri di casa sua, Marisa pensa, infatti, che il matrimonio ed il funerale della ragazza si stiano svolgendo contemporaneamente); Cornelia e Ofelia la intimoriscono, ma al contempo le trova simpatiche; ella è capace di vedere ben oltre il segreto impronunciabile rivelatole dall’amichetta Celeste (la quale si è fatta medicare una ferita con un azzurro occhio di cane ammazzato a bella posta per farla guarire), e quindi decide consapevolmente e con saldo raziocinio di non crederci. La sua ansia di ricerca emerge vividamente nel promemoria dei quesiti che lei stessa stila -con tanto di numerazione- e che sottoporrà un giorno alla sua grande e misteriosa amica Maria Zarzuela Romiero.

Marisa è dunque un’eroina sempre alla ricerca, sorellina acquisita di altri piccoli eroi della letteratura italiana come ad esempio il protagonista di Tragedia dell’infanzia di Alberto Savinio o come Arturo, giovane e splendida creatura di Elsa Morante. Per tutti l’incantevole mondo della meravigliosa infanzia presenta delle incrinature pronte a farsi crepe e a distruggere l’immagine di una realtà quasi favolosa, mitica. Sono le storie brutali degli adulti le crepe di cui parliamo. Maria Luisa Caputo però ama la piccola Marisa, perciò la difende dai colpi bassi del tragico vero affidando alla protagonista che narra, ormai adulta, uno strumento narrativo essenziale e vitale: l’ironia. Si legga, a questo proposito, lo splendido racconto Spettri domestici. L’autrice carpisce le voci delle paesane, che per tutto il pomeriggio se ne stanno a spettegolare, e ne fa una vera orchestra, con i suoi strumenti e soprattutto con le sue modulazioni di fiati. Lo spettacolo è davvero divertente, e grazie all’ironia anche un aspetto così prosaico può essere narrato e rivisto nella rammemorazione di quel tempo più felicemente. Ma non tutte le donne amano conversare per i vicoli della cittadina: la mamma di Marisa detesta questa occupazione. Le donne, comunque, hanno sempre un ruolo da protagoniste e sono ritratte nelle pose più significative della loro vita. Scorgiamo una energica Teresina in grado di rifiutare e scacciare dalla sua casa un suo spasimante, di ammazzare il marito che l’ha ingiustamente accusata di adulterio, quindi di indossare i suoi panni e mettersi al suo posto a lavorare come arrotino. Per lo più maritate in giovanissima età, e a volte contro la loro volontà, queste donne custodiscono nell’intimità qualcosa del loro passato, qualcosa di prezioso come il diploma di maestra che permette a Caterina di realizzare il suo vecchio sogno di partire per Roma, dopo aver perso il marito. Di contro, gli uomini sono raffigurati come delle maschere fisse, incapaci di cambiare le proprie opinioni; oppure come veri e propri geni del male (si pensi a Turì che seduce ed abbandona Ofelia per prendere la via delle Americhe, proprio come aveva fatto anni prima suo suocero).

Spettri domestici è il sesto di dodici racconti che compongono questo romanzo ritmato, come l’autrice lo definisce. A ben guardare esso è il racconto centrale, ed in un romanzo dovrebbe essere quello che traina con sé tutto quel che è accaduto verso lo svolgimento futuro della storia. Spettri domestici può, tuttavia, essere letto anche senza ciò che lo precede e lo segue: è in grado di sostenersi anche da sé. Tutti i racconti di questo romanzo ritmato lo sono. Il lettore si ritrova di fronte ad una specie di sfera senza centro in cui ogni singolo racconto può essere un centro possibile, così come lo è ogni tema (la virilità sempre esibita dagli uomini, la predisposizione delle donne ad una grande capacità di sopportazione, le stravaganze e l’audace malignità -finanche la cattiveria- dei bambini). Fra una storia e l’altra intercorre una pausa che conferisce appunto il ritmo alla sinfonia complessiva che il romanzo costituisce. Il lettore, assieme alla scrittrice, può allora fermarsi e riempire lo spazio silenzioso con le immagini descritte vividamente, quasi realistiche, del paesaggio di Sant’Elena; oppure con i suoi suoni, le sue espressioni dialettali.

 Maria Luisa Caputo sceglie per il suo libro una lingua sì codificata dalle norme grammaticali e ben comprensibile ma, essendosi tuffata completamente nella sua infanzia, nei suoi cieli azzurri ed anche nelle sue tempeste, non tralascia di far risuonare quel tempo con la sua voce più autentica: il dialetto, appunto. E non solo. Conferisce una strana lingua proprio al personaggio più affascinante, Mizar, la quale parla un dialetto italiano dagli accenti castigliani. Simbolicamente questa lingua raffigura perfettamente l’essere speciale che è Mizar. Ella appare la prima volta alla bambina come un marinaio, come un uomo molto bello; si rivela poi una donna che incanta sempre più Marisa perché ogni volta le promette di raccontarle una nuova storia. In realtà le dice veramente poco di sé. E che sia proprio quella magica lingua a compiere l’incantesimo assieme alla sua dualità, al suo essere uomo e donna insieme, alla sua capacità di conciliare gli opposti? Forse non è un caso che l’ultima volta che incontriamo Mizar la vediamo nella splendida e feconda immagine di donna che aspetta un figlio.

 

Grazia Vaccariello

 


 

fantasmi nati dall’ingenuità e dall’ignoranza popolare

 

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 EDITRICE TOTEM

 

 

 

 

Analisi critica di

Irene Bartolomeo

 

 

 

 

“Le storie di Mizar” di Maria Luisa Caputo non è un romanzo. Infatti, più che una vera narrazione, propone una serie di situazioni e di figure esemplari. Lungo un racconto che pesca nei ricordi di bambina dell’autrice, si susseguono personaggi a tutto tondo, altri solo accennati e altri, infine, presi in prestito da una tradizione allo stesso tempo popolare e fantastica.

Un’analisi attenta meritano i personaggi femminili che si manifestano con il loro destino già scritto, ma nella loro eccezionalità umana. Donne già madri, mogli, sorelle, si scoprono improvvisamente pronte ad una scelta, spesso in contrasto con il comune agire e che, solo a volte, ritrovano la loro dignità e l’accettazione da parte degli altri. In altre parole, oltre al personaggio di Mizar, che appare agli occhi dell’autrice-bambina il simbolo della salvezza rispetto ad un futuro deciso da altri e che nell’ultimo racconto raggiunge la sua completezza nel diventare madre, gli altri personaggi femminili entrano in scena al fianco, spesso nell’ombra, dei loro rispettivi uomini, padri e mariti, per poi ritrovare, dopo essere rimaste sole, la propria identità e la propria coerenza. In questa chiave vanno letti i personaggi di Wenda e Caterina “contente di restare vedove” e, soprattutto, di Teresina, che dopo aver ucciso il marito infedele, viene condannata a soli cinque anni dal giudice, difesa dagli uomini del paese e assolta dalle loro mogli.

Questi racconti, che sicuramente potremmo definire di memorie, vogliono testimoniare un momento della storia del nostro paese, una storia ambientata in un piccolo paese del sud dove collina e mare sono collegati da una funicolare, sulla quale non viaggiano solo uomini, ma anche le notizie che a volte cambiano il loro destino. Così accade al costruttore che ha sognato di erigere il Lido più bello e moderno del paese, così attraverso i finestrini assistiamo al cambio delle stagioni e all’arrivo dell’agognata estate. Non si può certo, però, parlare di racconti neorealisti, sia per la continua intrusione di elementi fiabeschi, sia perché l’autrice vuole caricare i suoi personaggi e gli ambienti di un forte valore significativo che in alcuni momenti diventa simbolo. E’ il caso dei racconti “Spettri domestici” e “Occhio di cane” dove credenze e fantasmi nati dall’ingenuità e dall’ignoranza popolare, turbano i sogni di una bambina. Nel racconto “Ofelia”, dove già il nome della protagonista e della madre, Cornelia, rimandano al concetto stesso di mito, gli uomini, che appaiono solo per un attimo nella vita delle due donne (giusto il tempo di concepire un bambino), lasciano come traccia di sé un ritratto “nero di seppia, baffuto e ricchissimo” che si trasforma in un simbolo immune al tempo.

Se, per quanto riguarda la relazione che l’autrice stabilisce con i suoi ricordi, non può non venire in mente l’opera di Pavese e la sua ricerca nella memoria delle ragioni del presente, in questi racconti, però, scompare il “male di vivere” per lasciare il posto ad una visione ottimista e quasi mai malinconica del passato. Un’altra considerazione che alla lettura appare inevitabile è la presenza invisibile e costante di una visione manichea, che si manifesta nel giudizio che i bambini danno degli adulti. Volendo cercare nella letteratura italiana del secolo scorso un’opera in cui ritrovare questo motivo viene subito in mente “Il sentiero dei nidi di ragno”, in cui Calvino attraverso lo sguardo inconsapevole di un bambino vede sfilare l’amore, la passione e il tradimento. Rispetto al protagonista del libro di Calvino, la bambina-autrice di questi racconti si ritrova in un mondo contadino dove le regole sono già stabilite e, a ricordarlo, intervengono direttamente i “cori” delle donne del paese, che parlano, sparlano, giudicano e, solo a volte, perdonano chi viola quelle regole. Questo impianto narrativo può apparire “classico”, ma l’autrice lo cala in una struttura complessa e moderna, dove il tempo viene sospeso e i tanti frammenti della memoria si fondono in un unico flusso di ricordi, che fa di questi racconti un’opera unitaria. Anche nella scelta lessicale e nell’alternanza di discorso diretto e indiretto la Caputo compie una ricerca che diventa stile. La presenza costante del dialetto catapulta, infatti, il lettore indietro nel tempo, vicino ai personaggi e all’interno delle vicende narrate. Sicuramente questo tipo di scrittura rimanda ad un linguaggio di stampo verghiano teso ad una narrazione quanto più possibile immediata. L’autrice di questi racconti, però, non pone mai una distanza netta tra lei e i suoi protagonisti, al contrario si sente sempre coinvolta nelle vicende e partecipa emotivamente alle loro gioie, delusioni, vittorie e sconfitte.

La scrittura di Maria Luisa Caputo può essere definita “prosa di colori” dove la narrazione, che alterna momenti di sovrabbondanza (in particolar modo lessicale) a momenti di sottrazione, si sofferma in descrizioni dettagliate di paesaggi variopinti, di odori intensi che vogliono restituire al lettore il significato ultimo della ricerca nella memoria delle proprie esperienze. Nelle ultime pagine dell’opera l’autrice rende manifesta la sua visione della vita, dove non tutto ha una risposta certa, una soluzione condivisa, pur sapendo che ogni cosa ha una ragione e che la scrittura è il mezzo (forse l’unico) per indagare la realtà e per ritrovarsi al fianco dei protagonisti dei propri ricordi.

 

 

Irene Bartolomeo

 

 

 

 

 

 

 


 

una carrellata di figure femminili

 

 

 

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

 

 

Analisi critica di

  

Lorena Loiacono

 

 

 

 Lo sguardo di una bambina che si poggia sul mondo, la giostra di figure ed emozioni che le ruota intorno ed un sogno, fuso e confuso con la realtà, che le fa compagnia nel suo incedere: è questo il filo conduttore di un romanzo che, scavando nella memoria sia individuale che sociale, riscopre la verità e l’essenza dei rapporti umani, sempre sotto lo sguardo, attento, di una bambina.

Non dimenticherò mai quel mattino di novembre”: sono queste le parole con cui  l’autrice, Maria Luisa Caputo, incuriosisce il lettore e lo porta, attraverso le pagine del libro, a viaggiare tra i ricordi della giovanissima protagonista, nella sua memoria che, profondamente radicata nell’anima, non potrà mai andar perduta. Ecco allora che sovvengono, quasi in un gioco teatrale, figure, spesso femminili, altamente caratterizzate da uno spessore psicologico e sociale: è proprio in questa teatralità, resa con un linguaggio ed una struttura semplice e diretta, che emerge con evidenza una grande abilità descrittiva, in grado di lasciar scorrere sulle pagine del romanzo una carrellata di figure femminili, che assolvono allo stesso tempo il ruolo di comparse e protagoniste.

 

Un romanzo di formazione, ritmato su racconti brevi in cui, per un artificio letterario, la voce narrante è sempre la stessa, caratterizzata da una finalità: osservare tutto ciò che sulla “scena” accade, per poi riproporlo in un confronto finale tra protagoniste, confronto che invece, alla fine, il lettore non troverà sulle pagine del libro ma nella sua stessa coscienza.

Ogni racconto breve ha la sua protagonista, di cui viene narrata la storia, mantiene sempre la stessa narratrice, caratterizzata da una voce, da un linguaggio e da un punto di vista, infantile nella sua purezza, e fornisce costantemente la realizzazione del paesaggio o del contesto sociale e famigliare, con quei particolari-chiave in grado di rendere immediatamente chiara la scenografia che ruota intorno al personaggio e che, spesso, si erge quasi a protagonista.

Il paesaggio, o più genericamente il contesto, viene metaforizzato e diviene dunque protagonista: un paese campano, difficile da comprendere agli occhi della protagonista-bambina, ma accogliente e spesso divertente, pronto a crescere e ad emanciparsi ma ancora duro a comprendere i cambiamenti. Ecco allora che si creano, nella mente della giovanissima osservatrice, che parla attraverso la penna della Caputo,  antitesi importanti e formativi: dalla sposa con lo sguardo triste tipico piuttosto di un funerale, alla “signora” del paese brutta ed arcigna che si trasforma in pochi gesti in una dolce e timida creatura, alla coppia madre-figlia odiata e temuta da tutti ma, in poche righe, commiserata dal lettore, fino al travestimento della stessa Mizar, che da uomo affascinante si scopre poi essere una donna, altrettanto affascinante, capace di creare senza troppe parole un personaggio intorno a sé dall’altissimo potere teatrale e dalla forte presenza di scena.

 

Un gioco di simboli, dunque, che emergono dalla memoria della piccola Marisa e assumono il ruolo di esperienze vissute, di lezioni di vita acquisite: c’è tutta la fatica per allontanarsi dai pregiudizi e per imparare a capire, domandarsi senza fermarsi alle apparenze, alle parole delle “pittigulune”.

 

Due occhi di bambina attenti e curiosi alle prese con la scoperta della vita, una figura femminile, materna e sensuale allo stesso tempo, tanto affascinante da divenire immediatamente guida e punto di riferimento, ed un paesaggio naturale ed umano a volte incomprensibile, a volte spassoso ma, comunque, sempre passionale e coinvolgente: tutto questo, sviluppato in 14 racconti brevi dall’andamento scorrevole e riflessivo allo stesso momento, per parlare di Marisa, una donna chiaramente adulta, che dà voce ai suoi ricordi di bambina per capire, oggi, se stessa e la società che l’ha vista crescere, con un’espressività tanto forte ed intima da rendere inevitabili le sovrapposizioni tra personaggio protagonista ed autrice.

 

E’ infatti proprio Maria Luisa Caputo, l’autrice delle “Storie di Mizar”, ad accompagnarci nella crescita emozionale e sociale di una bambina, Marisa appunto, alle prese per la prima volta con la necessità di “capire” tutto quello che, istintivamente, non si riesce proprio ad accettare: spesso è la famiglia stessa con i suoi comportamenti a destare curiosità negli occhi ingenui di bambina, con tutti i suoi meccanismi sia spontanei che dettati da una società ancora troppo tradizionale e restrittiva; altrettanto ricorrente e commovente è la scoperta, disarmante, dell’ignoranza, che frena gli entusiasmi, irrigidisce le passioni e capovolge ogni criterio logico, dedotto solo inconsciamente da una personalità troppo giovane per avere il senso della critica ma abbastanza perspicace per riconoscere, ed allontanare, il bene dal male.

Al fianco della giovane esploratrice, a cui farà compagnia per un anno intero, c’è Mizar, una presenza fissa nella memoria più che nella storia, decisamente più un personaggio di fantasia che una reale coprotagonista, affascinate, misteriosa e dolcissima nel suo accento spagnoleggiante, in grado di donare solo con il suo ricordo tutta la sicurezza ed il giusto stimolo per accendere curiosità e voglia di conoscenza in una bimba ancora libera da pregiudizi e regole sociali.

Mizar è libera: questo è il punto di forza, il vero motore della storia, Marisa riconosce immediatamente la forza della sua eroina nel sapersi mostrare senza paura e senza vergogna, in un lavoro da “uomini” ed in una società ancora troppo patriarcale che forse,  proprio con la generazione della  piccola Marisa, potrebbe giungere ad una svolta, ad un cambiamento, ad un’emancipazione dettata sia dal bisogno che dalla coscienza.

 

Un anno di tempo, dunque, si regala la protagonista per tirare le somme con la sua esperienza di vita: dodici mesi trascorsi con entusiasmo a raccogliere domande ed esperienze, ad osservare la sua famiglia, gli esempi esterni e le facoltà umane in generale, per poi sottoporre domande e dubbi alla sua Mizar, all’unica presenza che, per il momento, sembra in grado di poterle rispondere, capace di trasmetterle dolcezza con quelle poche parole e di affascinare chi la circonda, con la sensibilità femminile e coinvolgente mai conosciuta prima ma scoperta in quei pochi momenti a disposizione.

 

Scorrono veloci come un fiato le stagioni di un anno intero e portano in scena tanti personaggi ed altrettante situazioni, una carrellata di episodi, attenti, semplici, genuini e dolorosi, come solo la spontaneità infantile è capace di rendere la realtà: la bambina che osserva, scruta, indaga e poi, infine, impara tirando le somme. Si intravede tra le righe un “fanciullino” di pascoliana memoria, figlio però dell’Italia del dopoguerra, meridionale e sofferta, ma anche gioiosa e colorata: è questa la forza di Marisa, dall’alto dei suoi pochi anni di vita lei può capire, imparare e cambiare; sa riconoscere i torti e contrastarli, sa leggere sul volto degli uomini il dolore che provoca l’ignoranza, la superstizione, l’emarginazione ed il pregiudizio.

Il romanzo, delicatamente di formazione, racconta la storia di un cambiamento, di un progresso, di una “crescita” perchè Marisa sta crescendo e grida al mondo il suo bisogno di farlo, crea in se stessa una guida, un’eroina, e la rende importante, bella e splendente nei modi e nelle risorse: Mizar, quel tipo di donna che mai la piccola Marisa ha visto nella sua casa, tra i suoi parenti o tra le sue amicizie, la donna che viene da lontano, arriva dal mare affascinante come un uomo ma più dolce, più forte forse proprio nel suo essere materna.

 

L’immutabilità, questo spaventa e coinvolge allo stesso tempo l’autrice, è l’immutabilità il velo che copre tutte le emozioni ma, al contempo, ne svela l’euforia, tra lampi e sgrosciolii, tra lenzuola e brache, tra silenzi e risa lontane: l’autrice rievoca per se stessa e per chi, con raccoglimento, decide di ascoltare la sua lirica, paesaggi lontani, passati, trascorsi ma presenti, palpabili e ancora emozionanti.

Tutto avanza per poi, irrimediabilmente, perdersi nel vento: sono le notti che, decantate da sempre dai poeti più interessanti e sensibili, restano immutabili solo se trascorse a “raccattar le stelle”.

Le stelle dunque, i sogni di bambina, le speranze e le illusioni di donna, tutte le esperienze felici di una vita: questo non cambia mai, questa sensazione, e solo questa, è in grado trattenere la piccola Marisa, la fonde e la confonde con l’autrice, con la donna adulta che scrive e che, ora, legge ritrovando nelle parole infantili la propria natura, la propria origine, il proprio percorso. Un’introduzione forte dunque, attenta al passato ed alla memoria, chiaramente rievocativa di emozioni, rumori ed odori appartenenti al passato ma ancora presenti nell’anima: si vedono ancora i lampi e gli ulivi vibranti e si odono gli sgrosciolii, così come le risa ombrose o i lunghi silenzi. La memoria è ancora viva e forte, occorre ora riscoprirla e donarle la voce, la parola, per riportare in vita, assieme ai ricordi, l’ingenuità degli occhi di una bambina che scopre il mondo, si affaccia alla vita, si nasconde dietro un sogno inventato e trova così la forza di vivere, provare, cercare ed apprezzare tutto ciò che trova.

L’immutabilità, che è chiusura e bellezza allo stesso tempo, che gela nel passato  la memoria ma che, per questo, è l’unica in grado di conservarla, è lo strumento magico dell’autrice: Marisa ricorda perfettamente la sua infanzia, rispolvera i suoi pensieri e ritrova il paesaggio estivo fatto di cicale, di barche, di temporali e di ulivi.

La lettrice non potrà non immedesimarsi con la protagonista, scelta e donata dalla Caputo: dalle pagine dei racconti emergono odori e rumori, voci e richiami, sfogliando le pagine con una lettura attenta ma leggera non sarà difficile ritrovarsi di fronte l’io, infantile e spaventato dalla propria curiosità, spinto alla conoscenza e frenato dalle regole sociali, nella fase della crescita personale. Ogni lettrice infatti, perché sarà proprio un pubblico femminile ad emozionarsi e commuoversi maggiormente con la Caputo, ritroverà se stessa bambina, i primi dubbi, le prime titubanze, i primi dolori.

 

 

Lorena Loiacono

 

 

 


 

dimensione immaginaria che davvero sembra estraniata da ogni epoca

 

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

 

 

Analisi critica di

  

Serena Frediani 

 

 

 

Leggere “Le storie di Mizar” vuol dire trovarsi oltre le parole.

Questa raccolta di racconti non nasce in effetti solo per essere letta, piuttosto si lascia guardare, assaporare, ascoltare. Le prime cose che di essa ci raggiungono, sono le sue componenti veriste, attraverso le quali risulta talmente visibile nei particolari, nelle atmosfere e nei dettagli, che sembra scorrere tutta quanta su una sequenza di diapositive. Ma la sola vista non basta a contenere interamente le sue intensità: è una storia ritmata, ha voci sussurrate di mormorii di paese, e più spesso gridate, di bambini e pescatori.

Se possibile, è tangibile, corporea. Ha una sua temperatura: è calda, è soffice, e mantiene questo timbro termico anche se libera malinconie e simboli al di là di quanto è scritto. Nonostante il suo radicarsi profondo in una realtà di memorie e vissuti, questa raccolta di storie riesce sorprendentemente a contattare una dimensione immaginaria che davvero sembra estraniata da ogni epoca, tramandata da madri e nonne attraverso favole e miti popolari. Ed è quello il momento in cui sembra di ascoltarla.

Maria Luisa Caputo narra invece tempi e luoghi reali, imprimendo su queste pagine le tracce di molti percorsi fondamentali mossi nelle direzioni aperte da spaccature letterarie, storiche e morfologiche di un periodo variegato di correnti letterarie e realtà diverse quale è stato il secolo scorso. L’Italia del Novecento coltiva infatti sia la tradizione di narrativa breve dalla anteriore matrice di Verga, presente in Corrado Alvaro e mantenuta, nell’aderenza realista che contraddistingue il genere ma in tutt’altro ambito sociale, nei “Racconti romani” di Moravia, sia la fioritura letteraria femminile, in contesti geografici e tematiche completamente differenti, con Natalia Ginzburg e Paola Masino, che nelle novelle esplorano ognuna seguendo uno stile ben diverso ed estraneo alla tradizione (in taluni casi influenzate e spinte necessariamente dal presupposto politico e storico di quel tempo) la dimensione della memoria e la loro esperienza di donne riferita alla loro realtà, intima, sociale, immaginaria. Pur manifestandosi in maniera diversa tra loro, le due tradizioni letterarie e molti  loro elementi si incontrano nella tipologia narrativa delle Storie di Mizar.

Maria Luisa Caputo ci fa vivere per un qualche momento in una cittadina sulla costa campana, e per evocarne la presenza “fisica”  si serve formalmente di dialoghi contenenti dialetti e di pennellate descrittive con paesaggi caratteristici, entrambi elementi fortemente tipizzanti, reali e oggettivi come è nell’anamnesi della narrativa breve del secolo scorso.  

La struttura stilistica si dipinge da sé con un tratto morbido, classico e armonico, attraverso il quale i fatti non arrivano mai agli occhi in modo brusco nonostante l’immediatezza di certe immagini, più rare ma forti come labbra leporine, occhi strappati ad animali, forbici e coltelli che l’Autrice sceglie appositamente per sostituire, richiamare, estremizzare o sviscerare al contempo altri concetti legati a pregiudizi, superstizioni, tradimenti e reati.

Vita e personaggi di un piccolo paese, santi protettori, pettegolezzi, matrimoni e funerali, sono tutti presenti in queste novelle con una verità tale che sembrano destinati a non morire mai, a non cambiare. In questo, le memorie della piccola Marisa realizzano un dipinto per ogni storia, per ogni personaggio, per ogni angolo di quella cittadina dove è passata una bambina che, aspettando il ritorno dello stesso peschereccio e della donna che ne porta il nome, diventerà lei stessa la pittrice del quadro finale.

Nella scelta del linguaggio e delle sue rappresentazioni visive, è sostanziale il fatto che i racconti siano scritti in forma memoriale di cui l’io narrato è appunto una bambina, che non sempre vive i fatti ma li attraversa e cerca di capirli, usando forme e strutture semplici. Dunque, sottolineare questo elemento vuol dire avere la chiave per scoprire i simbolismi che albergano dietro la semplicità della storia.

La cosa che sorprende è l’abilità con cui l’Autrice trascenda la parola e costruisca al di là del testo una superficie che può isolarsi dalla storia e raggiungere temi ricorrenti nel simbolismo della tradizione cara a Buzzati. E questa astrazione è conquistata senza complessi artifici paradigmatici, ma solo grazie alla discesa nell’interiorizzazione simbolica della realtà attraverso il racconto. Guardando al di fuori e aspettando altre storie, la voce narrante diventa un occhio aperto verso la parte più interna dell’animo e spinge ad afferrare quei contenuti esistenziali relativi alla solitudine umana,  al tempo che passa accompagnato dall’attesa che qualcosa possa succedere e cambiare, e dalla speranza che la vita riservi ancora delle possibilità.

Tuttavia, mentre la sensazione di immutabilità esteriore e l’attesa intima sono sconfortanti in certi racconti brevi della tradizione meridionale, il sapore delle Storie di Mizar è invece nettamente più dolce che agro. L’Autrice elimina nostalgie perentorie lasciando luminoso spazio a nuovi e positivi significati, servendosi dello sguardo fiducioso ed entusiasta con cui una bambina guarda e aspetta il futuro.

Siamo perciò su un terreno diverso dal Deserto dei Tartari, anzitutto perché il palcoscenico è popolato da altre vicende e in secondo luogo perché la metafora della malinconia della vita e delle attese vane viene attraverso Mizar sostituita dalla certezza di una risoluzione consacrata dal suo ritorno. 

Una donna bellissima, venuta da lontano, da un posto nuovo, con un accento diverso e caldo, e tante altre storie da dire: è questo che Marisa aspettava al porto. Una memoria fanciullesca che vede e traduce in parole queste immagini, generanti,  a loro volta, emozioni meramente espresse: ciò che il ricordo non dice e che lascia inconsapevolmente intravedere, è quella massa di significati sottesi ad ogni sua parola, ad ogni immagine ed a ogni fatto da lei ricordato, raccontato e rappresentato.

Mizar significa una vita nuova, un’attesa entusiasta ma trepidante, a volte più sicura, a volte meno, ma di fondo è la bellezza che la fiducia nel futuro sa di avere in sé; fiducia che qui o altrove possa essere realizzata, concreta e non disattesa e che quel gusto dolce che dà al futuro non ci abbandoni, che arrivi o torni per noi che lo aspettiamo.

 

 

Serena Frediani 

 

 


 

 

È LA VITA DI UN ALTRO TEMPO

 

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

  

Analisi critica di

 

Maria Daniela Brancaccio

 

 

In un appassionante mosaico di racconti brevi, che si susseguono l’uno dopo l’altro come tasselli incastonati tra loro, l’autrice ci guida entusiasta in un mondo di sogno.

Che tale luogo sia un piccolo paese come tanti nel Sud dell’Italia si deduce dalle prime parole dell’opera.

Luogo di memorie e di domande che, nel continuo oscillare della voce narrante, sospesa tra ricordi e consapevolezza del presente, si carica di simboli e messaggi segreti, arcani, remoti.

Tra il silenzio delle ore pomeridiane ed il rumore lento delle onde, sulla scia di mille profumi diversi, la narrazione assume contorni straniati e alle volte angoscianti, come quelli che può assumere il mondo reale osservato da uno sguardo fanciullo.

La percezione si acuisce e le case, la chiesa, diventano mostri dalle grandi fauci pronte ad inghiottire ogni cosa che vi si avvicini troppo. Le stagioni con i loro profumi e sapori entrano con prepotenza nell’animo del lettore, che quasi sembra esservi catapultato nel mezzo; il mare si trasforma in  una forza oscura da tenere a bada con centenari riti propiziatori.

È la vita di un altro tempo quella esaltata dal testo, una vita diversa, più autentica, ma anche meschina e gretta, chiusa com’è nel suo cantuccio fatto di luoghi comuni e pregiudizi che come una piaga si intrufolano nelle case, attraversano le pareti che crollano alla prima scossa di terremoto.

E’ il trionfo di una musica tutta nuova, la voce solista della comare più anziana è echeggiata da tutto un coro di altre voci senza volto. La sinfonia invade i vicoli odorosi di sughi e minestre, rende il cielo ovattato e permette agli spettri di rifugiarsi indisturbati negli angoli delle vecchie case.

La narrativa del Novecento non si stanca di raccontare mondi del genere e, al contrario di come si potrebbe credere, lo fa con una precisione sempre diversa, mai ripetitiva. L’autrice, ormai adulta, è in grado di osservare le cose per come sono davvero, ma non nasconde un sottile piacere nel regredire ad un tempo passato.

Tempo di domande che non avranno risposta, tempo di paure e speranze, di bagni al mare in estate e di segreti narrati nella penombra delle cucine in inverno.

Su tutto questo, la figura enigmatica e misteriosa di Mizar cattura la scena con prepotenza fin dal primo racconto.

Nel vocio confuso dei bagnanti, essa assume una fisionomia sempre diversa. All’inizio è un nome scritto a grandi lettere sulla prua di un peschereccio di ritorno alla spiaggia. Poi diventa una figura umana, dai tratti confusi, che la piccola osservatrice si sorprende a seguire con lo sguardo, quasi stregata dal suo fascino segreto; poi le sensazioni tattili e olfattive hanno il sopravvento. Ritrovatasi in braccio a Mizar, la protagonista sembra quasi sospesa in una dimensione altra, dove l’odore del pesce ed il brusio della folla sono lontani. Persino il sesso di quell’entità ipnotica è imprecisato agli occhi della fanciulla. Un uomo come gli altri pescatori all’inizio, ma pian piano i suoi caratteri femminili vengono alla luce allo sguardo di un attento lettore, fino a quando il nuovo pronome personale utilizzato rende chiara la trasformazione. La dolcezza dei lineamenti, i soffici e lunghi riccioli diventano il tempio di una femminilità addolcita dal caldo accento spagnolo.

Dalla ammirazione di una bambina per una donna che sembra racchiudere nel luccichio degli occhi un mondo di storie misteriose, l’autrice crea il suo affascinante romanzo fatto di racconti, di musica, di sussurri lontani.

“Le storie di Mizar” sono un susseguirsi di domande che la protagonista si propone di porre alla sua nuova amica.

E’ la metafora della crescita e della corsa verso la consapevolezza dell’età adulta. In un percorso ciclico della durata precisa di un anno solare, l’autrice narra il suo primo incontro con Mizar e le sue esperienze quotidiane, alle volte spaventose, altre incomprensibili, ma sempre in possesso di una forza emotiva tale da spingerla a pensare, a chiedere, a voler sapere.

Mizar diventa l’amica che tutti i bambini vorrebbero avere accanto; la sostituta di una madre troppo presa dalla routine della vita e dalla paura dei pettegolezzi per soddisfare l’immenso desiderio di conoscenza di sua figlia; diventa il modello al quale la protagonista aspirerà per un intero anno; colei che tra le mille parole di una storia concretizza il segreto desiderio di fuggire da un mondo chiuso e oppressivo alle volte, un desiderio a fatica celato dalle parole della scrittrice, ma volutamente trasmesso ai personaggi secondari protagonisti dei vari racconti.

Una costruzione a cornice circonda il corpus del testo in cui, come in uno spettacolo teatrale, sfilano ogni volta caratteri diversi, segreti diversi e misteri sempre nuovi.

Il tutto diventa un perfetto e variegato ritratto del paese che fa da sfondo alla storia, il quale tenta disperatamente di tenersi stretto ad un passato ormai agonizzante ma certo e rassicurante.

Un mito inventato. Un oggetto venerato solo perché non del tutto conosciuto. Ma l’estate paziente che sempre ritorna, infrange il sogno variopinto.

Non è un angelo venuto dal cielo, nemmeno una creatura superiore quella che la protagonista ha atteso di rivedere per dodici lunghi mesi. E’ una donna, come ce ne sono tante. Una donna come sua madre.

Partorirà a breve, niente viaggi avventurosi e storie incantate dunque, l’ aurea che la circondava si spegne improvvisa, la realtà invade la fantasia con prepotenza.

Forse il Maestrale l’ha portata in Argentina e quella donna dai tratti più morbidi e il volto un po’ stanco è solo una sua immagine sbiadita; forse la vera Mizar ha dimenticato di avere un’ammiratrice su quella spiaggia lontana: o forse, semplicemente, dopo un anno, la bambina è cresciuta e può andare avanti da sola; un po’ come quando un piccolo amichetto immaginario, improvvisamente, così come era venuto, lascia la mente del fanciullo ormai pronto a crescere davvero.

Non importa se certe domande resteranno senza risposta, non importa se per un anno intero la bambina ha atteso quel momento. Il tempo darà tutte le risposte.

Basta solo avere pazienza, e saper guardare oltre la superficie delle cose, dove ciò che è visibile al mondo esterno si fonde con l’invisibile del sogno e dell’interiorità.

Il tempo dell’opera non è un attimo indefinito nel divenire eterno, ma si allunga con dinamico linearismo, caricandosi di valenze psichiche. L’alba, il tramonto, i giorni che si susseguono, sono tutti simboli di un percorso interiore che ha un fine preciso. È come il bruco che per diventare farfalla deve liberarsi dall’involucro esterno di quando era crisalide. L’interno è accogliente, caldo, ma finito e l’animo dell’autrice non sopporta tale finitezza, come Caterina che grazie ad un pezzo di carta straccia può fuggire lontano, come Wenda, che non sopporta il vestito da sposa nel grigio mattino del suo matrimonio.

Tra le pagine del romanzo viene alla luce la consapevolezza che, in determinati contesti, la parola non coglie davvero la realtà delle cose e, se ciò da una parte genera sfiducia, dall’altra apre la strada ad un mondo del tutto sconosciuto per la protagonista.

Lungi da un freddo realismo di stampo verista, la scrittrice è in grado di parlare di eventi reali che però, allo stesso tempo, si caricano di valenze simboliche, di significati soprannaturali e quasi magici.

La volontà di guardare il reale attraverso gli occhi di una bambina è metafora del desiderio di far emergere l’animo fanciullo che c’è in ognuno, il tutto non perdendo mai di vista l’incantata prospettiva romantica centrale dell’opera.

Allo stesso tempo, superstizioni e credenze radicate nella mente della gente si uniscono in un connubio così stretto con la vita quotidiana che risulta quasi impossibile capire dove inizia il sogno e termina il mondo reale.

Un realismo magico all’italiana insomma, che  soltanto un grande amore per la propria terra e le origini possono generare. Racconti brevi che lasciano il segno.

Spesso anche crudi e concisi, ma mai inconcludenti.

In ognuno di essi è incisa a caratteri indelebili una piccola morale e vi è la risposta ad un piccolo mistero.

Come se, una volta cresciuta, l’autrice volesse prendere il posto di Mizar in persona e porsi come soluzione a tutti i quesiti irrisolti di lei fanciulla.

È il fascino della favola il vero protagonista del romanzo. Fiabe sempre nuove, che innescano nell’animo il desiderio di ascoltarne delle altre e di inventarne ancora di nuove, in un processo senza fine. Servono a esorcizzare la paura di essere schiacciati da una fredda modernità e allontanano la il buio e la notte. Come Shahrazàd faceva secoli fa in quelle lontane mille e uno notti.

Fiabe di miti, di amori veri e matrimoni che sembrano funerali, di tempeste e terremoti, di nascite e morti.

Il Sud con i suoi colori impregna ogni riga del testo e le parole spesso evocatrici della protagonista – scrittrice ci trasportano nel cuore di un Mediterraneo che non è solo un mare. E’ un intero universo, quasi separato dal resto del mondo, con i suoi scandali e le sue feste popolari, con i suoi borghi, le loro storie e le loro credenze.

Finché, quando Mizar si rivela una fantasia durata un anno, tornando sotto l’ombrellone, mentre il sole alto nel cielo infuoca la sabbia, la bambina si rende conto che la tanto attesa storia, quella che la sua amica sempre le prometteva di narrare un giorno, quella in cui avrebbe trovato tutte le risposte che voleva, quella storia in realtà è già iniziata.

Non resta allora che sedersi, in silenzio, chiudere gli occhi, acuire i  nostri sensi e ascoltarla.

 

 

Maria Daniela Brancaccio

 

 


il potere di decidere i destini

 

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

 

 

Analisi critica di

  

Simona Simbula

 

 

 

Nell’iniziare la lettura del romanzo, la prima sensazione è quella di venir catturati dall’atmosfera verista dei romanzi verghiani. Gli ingredienti ci sarebbero tutti, fin dall’episodio iniziale, quello che, in realtà, darà una ragion d’essere alla magica, esotica, quasi fantastica figura della protagonista: Mizar. Il titolo stesso del libro lascia supporre che l’intera vicenda si svolga intorno alle avventure di un misterioso protagonista, ma, in realtà, la narrazione delle Storie di Mizar, si snoda attraverso il racconto di piccoli episodi a sé stanti, che con Mizar avrebbero, in realtà, poco a che vedere. Gli episodi, ognuno con una propria, precisa identità, come tante perline cloisonnées in una preziosa collana dal gusto etnico, finemente lavorate e rifinite una per una, scorrono fluidamente sul resistente filo di refe che le unisce e abilmente le collega tra loro, Mizar, appunto. Credo che questa formula narrativa fornisca all’autrice la facoltà di comunicare una sorta di coinvolgimento sensuale e spirituale totalizzante: leggendo, si viene presi in una miriade di sensazioni a livello fisico, fatte di odori, di colori, di suoni, persino di sensazioni tattili, che hanno un’immediata ripercussione sull’io affettivo-emotivo. Potremmo quasi dire che ogni racconto è una sorta di dipinto en plein air, che cattura il momento e ce lo rimanda carico di emotività.

Maria Luisa Caputo parla in terza persona, evocando le immagini della sua infanzia con straordinaria vividezza, ma dando quasi l’impressione di essere estranea  alle circostanze, solo una piccola osservatrice curiosa, tuttavia, l’uso di particolari formule definisce questa modalità narrativa in modo assai preciso, poiché, mentre descrive la situazione, essa dà anche dei giudizi personali ed esprime il proprio underground culturale. È il caso di espressioni come “Trasano!”, o “Dillo a chiddi pitteguluni…” che riportano direttamente il lettore all’esperienza e alla cultura del luogo in cui è ambientata la vicenda, dando per scontato che il lettore conosca già l’ambiente, le espressioni linguistiche dialettali, e addirittura i personaggi, che, spesso, non vengono introdotti  in alcun modo, o vengono concisamente ed efficacemente caratterizzati con poche tratti essenziali, e di cui si parla con i nomi con i quali sono conosciuti nel paese, quasi come se fossero già noti anche a chi legge. In tal modo, il lettore è chiamato a diventare parte della vicenda, come fosse un abitante del luogo.

Parliamo, ad esempio, del matrimonio di Wenda, dove in un turbinare di colori, rumori e impressioni, che si riflettono sull’animo dell’autrice bambina, l’unica “grigia”, è proprio lei, la sposa. Grigia, fuori e dentro, fino nell’anima. È forse questo grigio reiterato, perenne, che cala sulla scena come una cappa opprimente, in contrasto con la vividezza dei colori circostanti, a comunicare la tristezza, l’ineluttabilità di un evento che, in realtà, dovrebbe essere gioioso, ma di gioioso non ha niente, diventa, anzi, quasi un castigo, una forma di espiazione per il peccato commesso.

Colpiscono subito la descrizione del reale, il moto perpetuo di persone e oggetti, poiché niente e nessuno è mai statico in questi racconti, e l’attenzione verso gli aspetti e i protagonisti più umili della vita quotidiana, ritratta, peraltro, in un contesto “regionale” che richiamerebbe automaticamente il disincantato clima dei romanzi veristi, col loro microcosmo fatto di mancata fiducia nel divenire sociale, di una natura ostile, matrigna quasi  quanto quella leopardiana, di rassegnazione fatalistica, di attaccamento alla forma, alle convenzioni, alla “roba”.

Ma ecco che, nelle pagine immediatamente successive, improvvisamente, il panorama cambia. Dal grigio funereo, al colore-calore della spiaggia assediata da persone, cose, animali. Dal silenzio che commenta il matrimonio-funerale, come fosse un delitto collettivo ai danni della sposa-vittima, al baccano gioioso di uno stabilimento balneare, dove, essendosi liberata degli abiti, la gente pare liberarsi anche delle convenzioni. Ed ecco la protagonista, che emerge da un “tripudio di colori”, ma li domina tutti. E che è l’antitesi di ogni altra figura femminile, tanto da venir, inizialmente, scambiata per un uomo.

Non so se sia giusto inquadrare “Storie di Mizar” in una categoria precisa.

Ma potremmo senz’altro definirlo come “simbolista”. Non scevro da altre influenze, intendiamoci, poiché sarebbe riduttivo inquadrare in un’unica definizione la produzione di un’artista eclettica, come Maria Luisa Caputo, ma la ricchezza di simbologie è inopinabilmente una costante.

Intendiamo come simbolismo quel movimento letterario e pittorico sorto in Francia alla fine del diciannovesimo secolo. O, meglio, al termine stesso di realtà si attribuisce un significato più vasto, anche più ambiguo, se vogliamo. Realtà è ciò che si vede, ovviamente, ma è anche quello che non si vede direttamente, si intravede, si intuisce soltanto. Se nel periodo precedente, il concetto d’arte era coincidente a quello di natura, ora, il simbolo ne prende il posto.

Ma che cos’è il simbolo, in realtà? Etimologicamente, la parola deriva dal greco συμ βαλλειν (= legare insieme), è, cioè, qualcosa che si riallaccia a qualcos’altro, che suggerisce qualcosa di diverso da sé. Il simbolismo è una sorta di ricerca della trascendenza, di una letteratura che sia anche pittura, poesia, etica, pensiero, oltre che esperienza meramente sensoriale.

E, infine, c’è un crollo dei confini dei cinque sensi, per cui, un suono può evocare un colore o un profumo, può suggerire un paesaggio. In una sorta di transfert sensoriale, i dati percepiti e quelli spirituali si fondono, il visibile esterno e l’invisibile fantastico si snodano lungo un unico spettro, la natura viene percepita con un’unica, sincronica azione di spirito e sensi.

Il compito dell’artista, sia esso un pittore, uno scrittore, un regista, è di orientarsi in questa trama e decifrare questa foresta di simboli per scoprirne il senso nascosto, l’essenza. C’è uno sbiadirsi delle apparenze sensibili e dell’imitazione della natura e un invito a servirsi liberamente delle parole e delle immagini associandole in modo che non siano strettamente vincolate dalla logica, ma a seconda della loro risonanza psicologica e della legge misteriosa dell’analogia universale. Come nel racconto “Spettri domestici”, in cui davvero sembra di assistere alla performance di un’orchestra in cui fagioli e piselli scandiscono il ritmo e la più pettegola delle comari si esibisce nell’assolo…

Maria Luisa Caputo non si limita  a cogliere la propria realtà interiore e a descriverla: la evoca, tramite un alfabeto simbolico che le è assolutamente personale, per quanto facilmente decifrabile, ma che non deve necessariamente spiegare tutto. In fondo, le qualità stilistiche ci sono tutte: la scrupolosa ricerca e l’onesta documentazione, non di meri fatti, ma di emozioni rievocate, la minuzia di piccoli particolari che potrebbero essere, all’apparenza, irrilevanti, l’acutizzarsi, talvolta, del senso di solitudine che ha il solo scopo di lasciare campo libero ai sogni di bellezza dell’artista, e un vago senso d’incompiutezza al termine di ogni racconto, sono resi tramite un abile impasto linguistico che unisce all’italiano espressioni tipicamente dialettali che, se tradotte, perderebbero il loro impatto emozionale, da sapienti ritratti dei personaggi, tracciati con pochi tratti essenziali, e dall’uso di figure retoriche che perdono la loro connotazione di “abbellimento” del testo e diventano parte essenziale della rappresentazione. Si pensi alla personificazione della chiesa, che spalancando le fauci rilascia un fiotto di esseri umani, “in verticale o in orizzontale”, come un mostro mitologico che abbia il potere di decidere i destini di coloro che vi transitano, o alla discussione tra “grossi tafani iridescenti”, in “Forbici e coltelli”, o, ancora, alla metafora delle nuvole trasformate in mandrie impazzite, agli asindeti, e all’enfasi usata nei discorsi diretti…e, importantissimo, alla sinestesia che associa, all’interno di un’unica immagine, sostantivi e aggettivi appartenenti a sfere sensoriali diverse, che in un rapporto di reciproche interferenze danno origine a un’immagine vividamente inedita. Un simile procedimento, che non  fu non estraneo alla poesia antica, diviene particolarmente frequente a partire dai letterati simbolisti e costituirà poi uno stilema tipico dell’area ermetica della poesia italiana del Novecento.

In realtà, ad una più attenta lettura, ci si rende conto che fatalismo e rassegnazione sono scomparsi del tutto, rimane solo la serena accettazione di una fisiologia della società regolata dalla darwiniana lotta per l’esistenza, ma con un atteggiamento vistosamente ottimistico, lievemente intriso dalla polemica  che contrappone un perbenismo forzatamente interiorizzato al una forte voluttà di dissacrazione… E la scoperta del “vero” a tutti i costi è rinnegata a favore della scoperta dell’io, di una rinnovata indagine psicologica, di un ripiegamento intimistico dall’accento vagamente romantico, ma che non lascia spazio al lirismo esasperato dell’arcadia romantica. L’autrice, al contrario, usando come stratagemma la propria, vivida memoria del vissuto di bambina, sceglie con raffinato estetismo luoghi non volgari e non ovvi, ma nobilitati da fascino paesistico, e, con una disposizione più lirica che descrittiva, mira  a cogliere suggestioni, voci nascoste, accordi occulti, corrispondenze tra i suoi elementi o tra questi e l’animo dei personaggi.

La riscoperta e l’affettuosa rappresentazione di una realtà umile fatta di gesti giornalieri si compenetra con la materia psicologica o meditativa di un tono che potrebbe essere tragico se non venisse abilmente affrontato con una piacevole ironia.

Il contesto paesistico, in realtà, è la cornice più adatta per le inquietudini e i conflitti interiori dei personaggi, che derivano dallo scontro tra esigenze spiritualistico-religiose  e sensualità, o dalla conflittualità tra sentimento religioso e sollecitazioni filosofiche e sociali tipiche del primo Novecento, che fanno sentire angusti i confini della fede tradizionale. C’è, ad esempio, un forte dibattito tra scienza e superstizione: si pensi all’episodio in cui un occhio canino viene introdotto in una ferita viva per accelerarne la guarigione. La tragicità dell’evento, è, in realtà, affrontata con un intelligente e precoce atteggiamento critico verso le credenze popolari e verso i limiti fideistici che ne conseguono.

Ciò riporterebbe ad una sorta di positivismo: un ripudio della metafisica, dello spiritualismo fine a sé stesso, per concentrarsi essenzialmente sul fatto e sulle sue conseguenze a livello emozionale.

In conclusione, ha un tocco poetico, elegiaco, la prosa di Maria Luisa Caputo. Lo stile è apparentemente semplicistico, il labor limae, se c’è, abilmente nascosto, e l’impressione è che ogni parola, ogni frase, erompa direttamente dal petto, d’impulso, e venga irrazionalmente trasferita sulla carta. Il testo è fresco, evocativo, piacevolmente scorrevole: i racconti si snodano sul filo conduttore, in un’atmosfera di frasi brevi, ritmate, e, forse, proprio per questo, dall’impatto immediato. Niente oggettivismo marmoreo: i protagonisti sono vivi e passionali, un mondo interiore così complicato non può essere espresso con nettezza parnassiana: da ciò, una prosa ricca di nuances, di sfumature, suggestioni, accordi, più suggeriti che definiti, la parola cercata in base al suo potenziale di musicalità che alla sua capacità definitoria e classificativa, e l’esigenza stessa di musicalità intesa come mezzo tecnico per realizzare “l’invito al sogno”.

Da questo punto di vista, potremmo dire che Maria Luisa Caputo si inserisce in un quadro di post-modernismo, laddove  questo termine indichi l’attingere dalla memoria, filtrare gli avvenimenti, e farne rivivere i frammenti più interessanti, quelli che colpiscono e si incidono nella memoria, inventando nuovi moduli comunicativi. Maria Luisa scompone i tratti e i colori dei ricordi, e li riavvicina, li mischia e li sovrappone, per ottenerne nuove impressioni.

C’è la romantica riscoperta dell’individuo e l’assoluta priorità dell’io, si approfondisce la ricerca dell’interiorità fino a toccare zone inesplorate, e manca, per fortuna, lo scadimento nella componente lirica, quella che porta al limite della effusione sentimentale, e alla facile lacrima, anzi, si sente che l’autrice prova un sincero fastidio del lacrimoso e appiccicaticcio mondo quasi completamente femminile che la circonda, fatto di chiacchiericci inutili, di passatempi futili e di azioni spesso totalmente irrazionali.

Probabilmente, Mizar, per la Caputo bambina, rappresenta proprio l’opposizione a questo mondo: tanto più affascinante per aver, apparentemente, rinunciato all’eterno femminino, svolge un mestiere da uomo, e non per disperazione, come la Teresina di “Forbici e coltelli”, ma, almeno così sembrerebbe, per passione. Tutte le convenzioni-convinzioni sociali del tempo riguardo alla figura femminile, cadono con Mizar.

Mizar, è misteriosa, esotica, affascinante e anticonformista. Già dal primo apparire, abbagliante, per la ricchezza dei colori, per l’ambiguità evocata dagli abiti maschili che sembrerebbe indicare, inizialmente, il rifiuto del potere dell’eterno femminino,  per il coraggio, quasi da figura epica, di affrontare il mare in tempesta, che, si noti, in psicanalisi rappresenta l’inconscio. Lei è forte, talmente forte da lavorare gomito a gomito con gli uomini e guadagnarne il rispetto. È libera, non costretta alla mortificazione da regole che la vedrebbero relegata in un qualche angolino della vita familiare ad opera di un uomo, come succede alle protagoniste di “Caterina e la carta straccia”. È diversa dalla madre rigida, enigmatica, “dispensatrice di ceffoni in luogo di argomenti”, affettivamente assente perché avviluppata da mille incombenze quotidiane di tipo pratico. È, forse, il simbolo della donna che l’autrice bambina vorrebbe diventare? O è semplicemente il frutto di un pensiero magico tipico dell’età infantile? È l’alter ego dell’autrice, quella parte di sé che, inconsciamente, ritiene tutte le risposte  ai grandi dubbi esistenziali che Maria Luisa si pone? Perché, in realtà, Maria Luisa non è né ambigua né incerta, solo concentrata sulla propria incessante autoanalisi, nel tentativo di neutralizzare le opposte suggestioni del misticismo e della ragione, e, sull’attenzione verso il dato reale nella dimessa dimensione del quotidiano, con la capacità di scorgerne tutto il bello e il poetico. E Le storie di Mizar sono la sintesi di tutto questo.

 

 

 

 Simona Simbula

 

 

 


 

Nessuna, però, riesce a sottrarsi al destino di essere donna.

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

 

 

Analisi critica di

 

Sara Ceccarani

 

 

A livello strutturale l’opera riesce a distinguersi per la sua particolarità: una storia unitaria evocata attraverso racconti che fissano, quasi in modo fotografico, scene di vita autoconclusive.

Le storie ivi raccolte hanno ciascuna un proprio valore letterario, ma al tempo stesso sono legate una all’altra da un filo conduttore che l’Autrice svela già all’inizio dell’opera. Mizar, infatti, è il fulcro attorno cui ruota la narrazione, è un pretesto che serve alla protagonista per dar sfogo alle sue domande, ai dubbi e alle certezze che la coinvolgono.

Un’opera a tutto tondo, dunque. La circolarità è l’immagine che si proietta nella mente del lettore allorché si trova di fronte ad una serie di racconti che pur nella loro compiutezza, anelano tutti all’atto conclusivo. Di nuovo Mizar, di nuovo l’estate.

L’Autrice crea quindi una sorta di attesa-aspettativa nel lettore che è portato ad andare fino in fondo per comprendere appieno la sostanza di quanto narrato.

Se l’impianto narrativo è così ben strutturato ed armonico nelle sue parti, altrettanto lo è l’impostazione del ritmo, sempre costante e privo di squilibri. Un ritmo determinato in modo particolare dalla scansione narrativa per ricordi che si avvicendano.

Il tema del ricordo, della memoria, è sempre presente e ci conduce in un mondo di immagini vivide, create sapientemente attraverso un linguaggio che rimanda al mondo sensoriale, di facile comprensione. La protagonista, Maria Luisa, mentre si muove nella realtà, che è sempre ricordo, la rielabora a partire dalle informazioni che riceve dai suoi canali di ingresso: i cinque sensi.

Assistiamo quindi ad associazioni tra esperienze e situazioni reali, vissute, e il mondo sensoriale, tradotte in un linguaggio in cui dominano il sistema auditivo e visivo. L’autrice crea spesso immagini vivide, dà supporto alla descrizione di eventi o situazioni affinché il lettore venga stimolato nei sensi.

Uno dei temi ricorrenti all’interno dei racconti è la capacità della natura di partecipare ai sentimenti umani, quasi come se essa li rispecchiasse in sé. Il cielo è grigio e Wenda, in abito grigio, si unisce in matrimonio al suo sposo. Ma non è un giorno di gioia per lei. La tristezza incombe come le nuvole all’orizzonte. O ancora il maestrale che porta con sé l’attesa e la speranza di poter incontrare Mizar.

Da tutti i racconti emerge l’esigenza di un tipo di scrittura metaforica, ma non per questo inaccessibile. Al contrario, la metafora apre la mente del lettore a nuove scelte e possibilità. I suoi messaggi non sono diretti, ma colpiscono l’inconscio di chi ascolta o legge traducendoli da suggerimenti impliciti a suggerimenti espliciti. Del resto il potere della metafora, qui e altrove, è quello di creare realtà in cui gettarsi nell’immediato immaginario e da cui ritornare arricchiti di esperienze.

Qui ogni storia è metafora di se stessa, un espediente per colpire la sfera emotiva del lettore che ne ricava insegnamenti, maturità e consapevolezza. Storie semplici, a volte bizzarre e quasi surreali, ma tutte con uno scopo, quello di mirare ad una crescita interiore.

Il sistema linguistico che contraddistingue questi racconti è una cornice adeguatamente costruita attorno a temi espressi con coscienza e sensibilità. La donna è al centro di questo mondo letterario evocato, come ribadito, attraverso un uso sistematico di simboli, metafore e immagini. E’ una donna che soffre e subisce le angherie maschili o le chiacchiere malevole del paese. Anche nella scelta dei nomi, a volte, ritroviamo questo alone di sofferenza: basti pensare ad Ofelia, nome simbolo per eccellenza nell’immaginario letterario di donna autodistruttiva, costantemente immersa nel dolore e se vogliamo anche nella pazzia. Ma in tutte le storie la figura femminile conquista la sua indipendenza, si libera del male che la incupisce e si riappropria dell’identità che meglio la rappresenta.

Nessuna, però, riesce a sottrarsi al destino di essere donna.

 

Sara Ceccarani

 

 

 

 


 

 

ogni dettaglio è saturo di significato

 

MARIA LUISA CAPUTO

 

Le storie di Mizar

 

 

EDITRICE TOTEM

 

 

 

 

Analisi critica di

 

Veronica La Peccerella

 

 

Per un attimo si esita, leggendo il titolo evocativo di questo romanzo scandito da racconti. Per un attimo ci si chiede se Mizar sia una persona, un luogo o una fantasia. Si resta colpiti dall’esotica dolcezza del suono e dall’alone di mistero che circonda questo nome, ed è abile l’Autrice a protrarre questa sensazione, a immergerci nel senso di stupore, di lirismo, che la voce narrante scopre ripercorrendo la propria infanzia.

La struttura episodica mantiene agile e aggraziato il ritmo della narrazione, la prosa è musicale e immediata, ma anche ricca di accostamenti audaci ed epifanie improvvise. Il mondo del romanzo si fa subito vivo, materico, come fosse delineato da spesse pennellate di colore.

Siamo nella provincia siciliana, tuttavia in alcuni momenti ci sembra di essere nella Combray di Proust, per il modo in cui una sensibilità ancora acerba si schiude davanti ai nostri occhi. Si tratta di piccole storie, frammenti di tempo perduto in cui ogni dettaglio è saturo di significato, di ombre e di speranze. Ma tra le storie di Mizar c’è n’è una che le attraversa e le racchiude tutte, rendendo il romanzo un insieme coeso. È la storia di chi racconta, di chi è cresciuto imparando da queste vicende, scoprendo il mondo attraverso di esse.

La storia di una bambina che prova per la prima volta il desiderio di raccontare le proprie scoperte e le proprie paure, e che vuole porre domande impertinenti senza attendere l’inesorabile ceffone. Quando trova qualcuno con cui dialogare, conosciamo finalmente Mizar, figura emblematica che sembra incarnare la libertà, persino dai limiti imposti dal genere.

Gli anni del femminismo e dell’emancipazione, infatti, sono lontani da questa Sicilia ancora abituata ai delitti d’onore e ai matrimoni combinati. Queste storie sono popolate di donne e bambine quietamente legate a un destino infelice, che assumono una statura quasi tragica nel disvelamento della propria umanità.

Ci tornano in mente le novelle di Verga, con le loro vicende aspre ma traboccanti di vita, e quelle di Pirandello, in cui le assolate piazze dei paesi siciliani si trasformano in altrettanti palcoscenici, popolati da maschere grottesche e affascinanti.

Tuttavia, non è a queste donne che il libro è dedicato, non è alle loro miserie né ai loro pettegolezzi, intonati con grazia nell’afa estiva, ma a un personaggio che porta con sé tutte le speranze e i timori del mare, del viaggio e del sogno. Come la narratrice, aspettiamo che Mizar torni per guardare il mondo con occhi nuovi, aspettiamo le sue storie ma soprattutto i suoi silenzi, perché forse porteranno delle risposte. Ed è in questa attesa che matura la narrazione, nello sforzo costante di rivolgersi a un’alterità ignota eppure presente, che evoca l’immagine del mare e dei grandi spazi.

Al contrario, sono molti i personaggi che si muovono nei limiti angusti di un’ignoranza che fa orrore alla narratrice, portandola a cercare un altrove al quale Mizar sembra appartenere. Seguendo Mizar la protagonista percorre i vasti cieli e le praterie di un paese lontano, segue le rotte dei pescatori e lo spirare del maestrale, gli orizzonti si aprono e una luce nuova attraversa persino le vicende più cupe. Anche quando si rincontreranno e Mizar sembrerà aver perso parte della propria eccezionalità, resterà la magia di un’intesa spontanea, che giustificherà la lunga attesa.

C’è, infatti, una sorta di dolcezza nel suo aspettare, poiché la bambina non ha dubbi sul fatto che Mizar tornerà, così come forse sa, sin da allora, che lei tornerà a raccontare le storie della propria infanzia. Perché, per parafrasare un celebre tango di Astor Piazzolla, al sud si torna sempre, come si torna all’amore.   

 

Veronica La Peccerella

 

 

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