Eleonora Cogliati – Frammenti d’amore – Prefazione di Gabriella Cùccuru – N. 47 COLLANA CANTI – Editrice Totem – ©COPYRIGHT 2014 BY EDITRICE TOTEM VIALE ACQUA MARINA 3 00042 LAVINIO LIDO – ROMA TEL. 06/90286930 – 389/5468825 [email protected]

Prefazione

Testimonianza preziosa circa il continuo movimento dell’essere umano verso un bisogno di integrazione fra le parti di se stesso e quelle del mondo, questo quarto libro di liriche di Eleonora Cogliati mostra la ferita aperta dell’esistere, e facendolo rende possibile il superamento di questo dramma reiteratamente irrisolto laddove l’urgenza di questo messaggio poetico si deve probabilmente all’esacerbarsi in questo momento storico, quantomeno italiano, delle sfere di senso opposte.
L’Autrice brianzola nei suoi versi dice che siamo solo frammenti di gesti portati a maturare una consapevolezza adattiva all’ambiente che riesce a convivere nell’io poetico con la verità del trascendente specie quando l’espressione artistica è in grado di sottrarsi al conformismo delle attese attraverso la levità della forma. Stiamo parlando di un continuo bisogno umano di conferire significato a ciò che semplicemente esiste con la consapevolezza che la vita esiste e non significa.
Eleonora Cogliati, poi, attraverso il suo atteggiamento lirico personalissimo dipana nei suoi versi continui luoghi psichici, luoghi della mente dove raccoglie i minimi segni con cui la natura sembra parlare alla nostra esistenza, guidarla verso una verità che può intuire soltanto uno sguardo bambino: il dolore, così, diventa incorporale, si specchia nel paesaggio, si scioglie in una mitezza che proviene dal cuore delle cose.
Altrove, Frammenti d’amore – così titola la silloge in oggetto – diventa quasi un diario febbrile e compulsivo che registra le turbe e le irresolutezze di un’anima esposta ad ogni tremore, mai rinunciando al calore lirico e sfruttando l’interruzione semantica come fonte inesauribile di oggettività: chi scrive lo fa per trovare e riconoscere se stessa, le esperienze, le cose che le sono appartenute o che le appartengono.
Ma anche rarefatta, a tratti in levigata astrazione, laddove l’unica possibile felicità consiste nell’equilibrio impercettibile di forze compresse, la silloge della poetessa di Olginate con la sua montaliana predilezione per gli sdruccioli resta poesia della coscienza infelice, scritta nella prospettiva di una totalità o di un sovrasenso, magari perduti o inesistenti, come nella grande lirica italiana del Novecento.
Eleonora Cogliati è sempre a suo agio nelle forme sospese di narrazione laddove la scansione perentoria degli snodi riflessivi racconta una vita privata come luogo delle esperienze decisive, dei conflitti sostanziali, della ricerca di quello che conta.
Il suo io – sballottato, turbato, perplesso – resta il centro attorno a cui ricostruire il senso delle cose e a cui riportare una molteplicità di percezioni e fenomeni altrimenti disgregata, arrivando così ad una poetica dell’autentico, del vissuto sino in fondo, dello scoperto con stupore, che trova ciò che dura e vale nella consuetudine domestica, nella persistenza biologica, nella materialità dell’esistente.
La poesia, allora, riassume una valenza originaria, mossa da una tensione trasfigurante, è biologia della voce, che dà corpo e forma ad un grido primordiale, dove la scansione dell’esistenza trova la sua unità di misura in un verso che lascia subito il passo ad una narrazione notturna di sussurri fiabeschi, riverberi biografici, squarci di epifanie.
Consideriamo quest’ultima raccolta della poetessa brianzola una singolare avventura intimistica dove la poesia vive nel continuo movimento di risistemazione e riadeguamento dei rapporti tra il soggetto eminentemente lirico e gli altri, il presente e il tempo, l’attualità e la memoria, la natura e il sentire per ricollocare i rapporti affettivi ed elettivi attraverso il collante tra vite in atto e vite vissute.

Gabriella Cùccuru*

*Dottoressa in Studi Storico Artistici
Università di Roma La Sapienza

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