Quel profumo di cipria e Chanel – romanzo di Giuliana Luciano

Postfazione al romanzo di Giuliana Luciano

Quel profumo di cipria e Chanel

Editotem, (Roma) 2020

 

 

Il valore della memoria

 

C’è l’imbarazzo della scelta nell’indicare la caratteristica che definisca il pregio del romanzo di Giuliana Luciano, tutto concentrato nel titolo impregnato di emozioni: Quel profumo di cipria e Chanel. È la stessa Autrice che dichiara: “Non è sempre facile guardarsi dentro con onestà, in quanto lo si fa da un punto di vista soggettivo, per cui si diventa o intransigenti o troppo inclini all’indulgenza.”

Il romanzo, di una ottantina di pagine di buona lettura, si rivela un esempio di psicosociologia applicata. Presenta risvolti di mistero, come agnizione a fine spettacolo: è il caso di personaggi le storie vengono rivelate in chiusura; o altre volte si ripetono situazioni che amplificano meccanismi psicologici: è il caso dei lutti, della rigidità di carattere, dell’isolamento della donna, della mancanza di affetti.

Infine, ma non da ultimo, mi pare che il vero protagonista sia il ricordo che dal cuore risale fin su la ragione, in una sorta di scandaglio autoanalitico volto alla ricerca di sé; è un valore aggiunto della memoria come catarsi per liberarsi dai “fantasmi del passato”. Perciò parlerei di una autobiografia ragionata che sosta nei luoghi dell’anima.

La Luciano dichiara di scegliere la terza persona per sentirsi più distaccata dalle vicende narrate. Per quanto strano possa sembrare, credo che la vera sostanza sia rappresentata dalla tessitura che contorna l’interprete centrale, Edda, la quale fa credere che la passione per la scrittura le provenga dalla madre, Anna, che amava scrivere “pensieri di donna” al genitore, futuro nonno della protagonista stessa; in tal modo l’alter ego transita dalla madre a lei.

I vari riferimenti cronologici collocano negli anni Quaranta e Cinquanta del dopoguerra caratterizzati da lutti, malattie e sacrifici, giungendo ai giorni nostri. Le indicazioni geografiche riguardano Napoli e il Friuli Venezia Giulia. Molte sono le puntuali considerazioni di carattere antropologico, che spiegano i caratteri dei personaggi, le origini dell’Autrice e le sue scelte di vita. Altresì la convinzione di come il destino si accanisca in modo crudele su alcune persone. Per non limitarci alle sole parole tratteggiamo l’itinerario descritto che apre numerose tematiche.

 

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Giuliana Luciano, voce narrante, inquadra Edda, al momento sessantenne che, come si comprenderà, dal Friuli ritorna a Napoli. L’incipit non lascia dubbi: “Nella cucina della vecchia casa di famiglia, dove ogni oggetto, ogni quadro o abbellimento rivelavano un’anima incline all’ospitalità, s’incontravano storie di vita vissuta”. Torna indietro nel tempo per via della corrispondenza ritrovata fra i genitori fidanzati: Anna, figlia di un ufficiale dell’esercito, e Silvio presso l’Accademia militare di Modena.

Quindi, come la madre, Edda cresce sotto i rigori di una rigida educazione; era ben voluta, aveva un’intelligenza sviluppata; ma “quell’aura di sottile malinconia” acuiva la sua sensibilità. Pensava alla generosità delle zie “mai conosciute” se non attraverso i discorsi con la madre e alla nonna che le facevano immaginare un “paradiso perduto”. La madre, persona tenerissima, aveva nostalgia della sua Napoli: da giovane aveva perduto i più cari affetti familiari, le sorelle e la madre, vittime della tubercolosi allora molto diffusa; ma il calore dei vicini ne alleviavano le ferite.

Edda si compenetrava nella madre facendone un riferimento da imitare; era cresciuta fortificata e orientata all’indipendenza e con l’idea di riscattare la condizione di subalternità femminile. Durante l’adolescenza trascorsa nel Friuli instaura una salda amicizia con la coetanea Cecilia e la madre Caterina separatasi dal marito per i maltrattamenti subiti. Ma è a Napoli che aveva trascorso i “migliori anni della sua infanzia”.

Edda a 23 anni ha le prime esperienze di lavoro, assistendo a fenomeni negativi. Lavora presso un Centro di Accoglienza a Udine e nell’immediato a Trieste, dove veniva richiesta laurea in Psicologia o Filosofia. Il Centro ospitava solo ragazze abusate o cadute nella droga o nella prostituzione, rifiutate da famiglie in disfacimento, da coppie separate, questo ingenerava in loro un senso di repulsione verso l’altro sesso. Ragazze come Piera e Simona le confidavano le proprie frustrazioni, bisognose di amore.

Dopo sei mesi accetta una supplenza di cinque giorni ad Udine per materie letterarie a ragazzi pressoché coetanei. In questa circostanza affronta il tema dell’identità facendo lezione sul “Mattia Pascal” di Pirandello; uno fra gli studenti, Piero, manifesta un senso di malessere esistenziale, figlio di un medico famoso e di una psicologa che sfogava sul figlio le proprie frustrazioni.

Si era nell’ultimo decennio del secolo scorso, al tempo del conflitto nella ex-Jugoslavia, dove alle vittime della guerra si aggiungevano stupri per la cosiddetta pulizia etnica. Edda rispose all’appello della Caritas e sostenne le spese per aiutare un ragazzo allo studio, Stjepan. Il giovane desiderava conoscere la sua benefattrice; lei purtroppo attraversava il lutto del padre che, andato in pensione, si era abbandonato alla depressione e ha dovuto dissuadere il giovane spiegandone le ragioni. Si interruppe così la corrispondenza.

 

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Giuliana Luciano, voce narrante, flash back dell’itinerario rivisitato, ci fa scoprire che il padre di Edda (cioè Silvio), aveva perduto la madre durante l’infanzia “ed era stato educato da una zia, che non aveva figli maschi.”; crebbe così con un senso di solitudine. Trovandosi in visita dalle proprie cugine a Napoli conobbe Anna che era la vicina del piano superiore.

Noi commentiamo come queste esperienze abbiano orientato Edda all’approfondimento della ricerca psicologica e determinato le scelte dei suoi interessi: film, letture, femminicidi ed anche filosofe. Le considerazioni rilevate negli ambienti di lavoro fra i due sessi l’hanno persuasa a lottare contro le ingiustizie, ad essere insofferente e avversa al perbenismo; e prendere posizioni femministe in dissenso alla cultura maschilista.

Il disagio dei giovani prescinde dalla collocazione sociale, bensì necessita di una educazione ai sentimenti. Alle amarezze Edda risponde con Quel profumo di cipria e Chanel che fin da bambina le dava gusto dell’esistenza, del senso di appartenenza alle radici: Napoli, la città dei fratelli De Filippo, fantastica per il suo fascino.

Tito Cauchi

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